Indagine

Due italiani su tre sono pro digital

Cittadini e operatori sanitari sono pronti alla trasformazione digitale. Alta anche la richiesta di territorialità. Sileri: «Solo possedendo numeri reali è possibile programmare correttamente e impostare le politiche pubbliche più opportune»

di Francesca Cerati

(BillionPhotos.com - stock.adobe.com)

3' di lettura

Investimenti, digitalizzazione, territorialità e diritto alla salute. Su questi 4 temi cardine della sanità, LS Cube in collaborazione con YouTrend/Quorum nell'ambito del progetto “Net-Health Sanità in Rete 2030” ha condotto un'”intervista tripla” mettendo a confronto le opinioni di cittadini, politici e operatori sanitari. Obiettivo: fornire alle istituzioni una visione generale e prospettica di come gli italiani immaginano la sanità e quali sono per loro i bisogni primari da soddisfare.

Dall'indagine emerge che un cittadino su 3 sente la necessità di una sanità più capillare sul territorio, in linea con quanto espresso dalle regioni e raddoppiato per i parlamentari. Quasi un italiano su 2 ritiene che la pandemia abbia evidenziato l'inefficienza del Ssn, mentre per le Regioni il Covid ha sottolineato l'eccessiva decentralizzazione della sanità, e per gli operatori del settore una mancanza di organizzazione a livello ospedaliero e territoriale. Due cittadini su tre si dicono preparati alla digitalizzazione in sanità, così come gli operatori sanitari, mentre la politica non ne è del tutto convinta: circa la metà dei parlamentari e dei rappresentanti delle Regioni pensa che gli italiani siano solo “abbastanza” pronti alla gestione digitale dei dati sanitari. Tutti invece concordano nel ritenere che la salute sia tra le principali priorità sulle quali investire.

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Ma dove andrebbero investite queste risorse? Per il 61% dei parlamentari intervistati i finanziamenti dovrebbero potenziare la medicina territoriale e promuovere la de-ospedalizzazione. Per i rappresentanti delle Regioni, invece, dovrebbe andare in ricerca clinica e farmaceutica (51%). I cittadini sottolineano la necessità di una sanità più capillare sul territorio (35,7%), gli operatori del settore puntano su integrazione e formazione del personale.Sul tema digitalizzazione, la risposta dei cittadini è sorprendente. Sulla possibilità che il rapporto medico-paziente possa prevedere una minore interazione fisica, il 66,1% si è dichiarato abbastanza (47,9%) o molto (18,2%) favorevole, a differenza dei parlamentari (50%) e dei rappresentanti delle Regioni (48%). Propensione alla digitalizzazione confermata anche in relazione al trattamento dei dati sanitari: il 97% dei cittadini si sente a proprio agio, mentre un altro 20% sostiene di avere molta confidenza con i device. Un dato che nel suo complesso è superiore alle aspettative di parlamentari e rappresentanti delle Regioni (rispettivamente 63% e 64%), secondo cui gli italiani sarebbero solo “tendenzialmente favorevoli”.

Anche sul rapporto tra digitalizzazione e diritto alla salute si registra una divergenza tra decisori e cittadini: i primi sono convinti che tenderà a garantire le cure a tutti i cittadini (85% dei rappresentanti delle Regioni, 77% dei parlamentari), i secondi considerano più probabile un aumento delle disuguaglianze (46,1%), accentuando il digital divide. «Il potenziamento della medicina digitale presuppone investimenti importanti nelle tecnologie digitali, che hanno ancora nel nostro paese una distribuzione territoriale e generazionale imperfetta e diseguale, il rischio del digital divide quindi esiste» – precisa Mauro Marè, presidente Osservatorio Welfare della Luiss.

Dunque, i cittadini e gli operatori sanitari sono pronti alla trasformazione digitale. Adesso spetta alla politica far sì che ciò avvenga garantendo equità, uguaglianza e sostenibilità del sistema sanitario. «Questi dati, per come sono stati raccolti e integrati, sono molto importanti per organizzare la programmazione sanitaria del nostro Paese – commenta Pierpaolo Sileri, sottosegretario alla Salute –. Solo possedendo numeri oggettivi e dati reali è possibile programmare correttamente e impostare le più opportune politiche pubbliche. Curare è la punta di un iceberg, il risultato finale di un processo dove a monte c'è una filiera che può funzionare solo facendo rete, come espresso da questo progetto Net-Health. Una rete organizzativa e operativa capillare che unisca centro e territorio, che è anche il concetto alla base degli interventi del Pnnr sulla sanità. Non meno importanti sono ricerca e formazione del personale, con l'obiettivo di cure personalizzate e innovative. Non è nemmeno pensabile una sanità senza una partnership tra pubblico e industria privata: la pandemia ha accelerato la comprensione di questa sanità futura».

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