la direzione del pd

Due partiti in uno, ma la resa dei contri tra dem è congelata

di Emilia Patta


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3' di lettura

Maria Luisa Gnecchi, vicina all’ex leader della Cgil Susanna Camusso, al Welfare. Giuseppe Provenzano, molto critico con il Jobs act, alla casella lavoro. E soprattutto Andrea Giorgis, che al referendum del 2016 si schierò per il No, responsabile delle riforme istituzionali. Più che per l’esclusione della minoranza dalla nuova segreteria, fatto normale e sempre accaduto nel Pd degli ultimi anni, sono le persone scelte in alcune caselle chiave a dare l’impressione ai renziani più o meno doc che la cesura con il passato è nettissima. E non più ricucibile.

Con la leadership di Matteo Renzi sembra che si voglia archiviare anche tutta una stagione di riforme che pure ha visto protagonisti molti dei dirigenti che ora appoggiano il segretario Nicola Zingaretti: da Paolo Gentiloni a Dario Franceschini, da Luigi Zanda allo stesso Andrea Orlando che ora copre l’area sinistra del partito.

L’accusa dei renziani: «Una segreteria anti-riformista»
«Una provocazione, vogliono rifare il Pds, vogliono spingerci fuori dal partito», dicono i renziani delle diverse aree - sia quelli raccoltisi attorno al pasdaran Roberto Giachetti sia quelli organizzatisi nella corrente Base riformista che fa capo a Luca Lotti e Lorenzo Guerini - a taccuini chiusi. Già, perchè ufficialmente nessuno parte in quarta contro le scelte fatte da Zingaretti. Insomma la minoranza renziana non ha per il momento alcuna intenzione di dar fuoco alle polveri. E lo dimostrano le dichiarazioni soft dello stesso Guerini («Mi auguro che si lavori per riprendere la strada di un lavoro unitario: non nell’attribuzione di posti, di cui non mi interessa nulla, ma nella costruzione di un metodo di confronto») . Per questo, dopo lo strappo dell’autosospensione di Lotti per la vicenda Csm e dopo il contestato varo della segreteria, Zingaretti proverà oggi in direzione a ricucire nel nome dell’unità. E, assenti i big (Matteo Renzi, Ettore Rosato e lo stesso Lotti), la resa dei conti interna è di fatto rimandata a quando il quadro politico sarà più chiaro.

Renzi frena i suoi: non è il momento
Lo stesso Renzi sta frenando in queste ore i suoi, dal momento che per ora non ha in programma di raccogliere armi e bagagli per lasciare il Pd. Se si precipiterà verso le urne in autunno l’ipotesi di una scissione è esclusa. Se invece il governo dovesse scavallare la legge di bilancio e arrivare al 2020 l’ex premier potrebbe rompere gli indugi. Ma dipenderà anche dal successo o meno dell’operazione centrista ipotizzata da Carlo Calenda e spinta, sembra, da Gentiloni proprio per togliere acqua al mulino renziano. Per ora, dunque, è tutto fermo. Almeno fino alla definitiva chiusura della finestra elettorale per tornare alle urne in settembre, ossia fine luglio.

Costola di sinistra o vocazione maggioritaria?
La questione di fondo che divide i dem, ormai due partiti che vivono come dei separati in casa, è posta da Andrea Romano: «Spetta a Zingaretti sciogliere il principale nodo strategico che abbiamo di fronte: il Pd dev’essere la “costola di sinistra” di una coalizione di forze politiche che si predisponga a rinverdire la strategia degli anni Novanta (favorendo la creazione di spin-off centristi come quello che sta preparando Calenda, di nuovi partiti ecologisti e di quant’altro possa sommarsi strada facendo) oppure dev’essere la casa di tutti i riformisti italiani e dunque la forza di alternativa che persegue la stessa vocazione maggioritaria che oggi ha nei fatti realizzato Salvini?».

La ricucitura di Zingaretti
Zingaretti proverà dunque a dare in direzione una risposta più inclusiva rispetto alle scelte fatte nelle ultime ore, riservando ad esempio alla minoranza dei ruoli nei dipartimenti che affiancheranno la segreteria. Anche perché il malumore non è confinato ai renziani più o meno doc ma investe anche i cattolici in maggioranza come Dario Franceschini , fin qui penalizzati rispetto agli ex Ds.

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