L’IPOTESI

Due referendum e le amministrative: a giugno il possibile «big-day» elettorale

In caso di accoglimento del quesito leghista sulla legge elettorale la vittoria dei sì sarebbe scontata, meno scontato invece il raggiungimento del quorum: la coincidenza con le amministrative lo renderebbe molto più probabile

di Emilia Patta


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3' di lettura

Il deposito in Cassazione delle 64 firme dei senatori necessarie a richiedere il referendum confermativo sulla riforma parlamentare che taglia di netto il numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori) è slittato all’ultimo. «In 4 hanno ritirato le firme - ha spiegato Andrea Cangini, senatore di Forza Italia - ma altri si stanno aggiungendo per cui per correttezza abbiamo chiesto alla Cassazione uno slittamento». Le firme erano arrivate a quota 66, ben oltre la soglia di sicurezza delle 64 raccolte prima della pausa estiva. Cangini ha assicurato che sarà preso un nuovo appuntamento entro il 12 gennaio, termine ultimo.

La Costituzione prevede come è noto che sia un quinto di una delle Camere (o 5 Consigli regionali o 500mila elettori) a richiedere il referendum nel caso in cui la riforma costituzionale sia approvata con meno dei due terzi dei voti. Ma per evitare possibili contestazioni da parte della Corte di Cassazione i promotori avevano preferito abbondare. Oggi, 9 gennaio, la sorpresa dei quattro. Tra le forme che si erano aggiunte nelle ultime ore quella di Stefano Lucidi, passato a dicembre scorso dal Movimento 5 stelle al gruppo di Matteo Salvini assieme ai colleghi Grassi e Urraro, che avevano già firmato.

La mossa della Lega per raggiungere le firme necessarie
Insomma, Salvini ha “utilizzato” i nuovi arrivati per raggiungere le firme necessarie a richiedere il referendum confermativo senza per così dire metterci la faccia. Per quale motivo? Il fatto è che la Lega ha interesse a far celebrare il referendum sul taglio dei parlamentari - il voto ci sarà tra maggio e giugno - perché in questo modo ci sono maggiori possibilità che a breve, il 15 gennaio, la Corte costituzionale accolga il quesito referendario messo a punto da Roberto Calderoli che mira a trasformare la legge elettorale in un sistema maggioritario secco a turno unico, basato interamente sui collegi uninominali, come in Gran Bretagna. O almeno questa è la convinzione di Calderoli, che nei giorni scorsi ha più volte ”offerto” ai promotori le firme dei senatori del suo gruppo ove fosse stato necessario. Come il caso Lucidi conferma.

L’incastro escogitato da Calderoli
Il motivo principale per cui la Corte costituzionale potrebbe bocciare il quesito leghista è secondo molti costituzionalisti la vacatio normativa che si verrebbe a creare in caso di vittoria dei sì, dal momento che occorrerebbero due mesi per ridisegnare i collegi. Per ovviare al problema Calderoli ha legato il quesito alla delega (un massimo di due mesi) per ridisegnare i collegi del Rosatellum contenuta nella riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari: nel caso in cui si votasse insieme per i due referendum, quello confermativo per la riforma costituzionale (senza quorum) e quello abrogativo della legge elettorale per introdurre il maggioritario (con il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto), la vacatio normativa creata dal referendum abrogativo sarebbe “assorbita” dalla delega contenuta nella riforma costituzionale. Insomma, è l’argomentazione di Calderoli, perché bocciare il quesito con questa motivazione se poi comunque si verrebbe necessariamente a creare dopo il referendum confermativo una vacatio di due mesi per il ridisegno dei collegi in base al variato numero dei parlamentari?

L’ipotesi di un refendum-day più le amministrative
Attendendo la decisione della Consulta, alla quale non saranno estranee valutazioni di ordine politico più generale, sottolineiamo qui la possibilità di un vero e proprio referendum-day tra maggio e giugno del 2020: un inedito assoluto. Referendum day che al quel punto diventerebbe probabilmente - anche se non è un esito obbligato - un grande election day: nella primavera prossima, infatti, si dovrà votare in oltre mille Comuni (tra cui 18 capoluoghi di provincia e 3 di regione, Venezia Aosta e Bolzano) e nelle regioni Puglia, Marche, Toscana, Campania, Veneto e Liguria. Una eventualità che naturalmente sarebbe graditissima alla Lega. In caso di accoglimento del quesito leghista sulla legge elettorale la vittoria dei sì sarebbe scontata, meno scontato invece il raggiungimento del quorum: la coincidenza con le amministrative lo renderebbe molto più probabile.

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