MEPHISTO WALTZ

Dulcis lecti petitus


2' di lettura

Il sarcasmo quasi religioso di Satanasso che precede scorribande selvagge, sfogo di maligni istinti e allucinanti deliri, a volte nel languore serotino si stempera in trasalimenti improvvisi. Così, al pari di un Mr.Hyde trasformato in Dr. Jekyll, e non viceversa, lo si trova rannicchiato nel giaciglio del suo antro, dulcis lecti petitus, mentre ascolta la musica divina (sic) dell’adorato Scriabin, sfogliando libri presi da un cumulo che neppure Book City se li sogna, pur sfoggiando le note de «La Fil» che ha chiuso alla grande la kermesse meneghina.

Uno sguardo alla «Demofollia» di M. Ainis (La nave di Teseo, 2019) al viaggio nelle amnesie italiane di «La memoria del criceto» di S.Rizzo (Feltrinelli, 2019) al «Kant spiegato a Napoleone» (Morcelliana, 2019) bigino di Charles de Villers (1765-1815) per l’imperatore. E tracchete, eccolo bloccato su «Una panchina a Manhattan» di A. Ottani Cavina (Adelphi, 2019). Perbaccaccio, qui la Bestia, il 666 del ritratto agghiacciante di William Blake (1757-1827) in aria di Armagheddon o di Gog e Magog, ritrova «universi visivi fin lì nascosti» - lui ben li conosceva - esposti in mostre del passato, per far conoscere artisti «da spalla, se non da comparse», come Bramantino, La Tour, Liotard o Audubon. Oggi non si fa più, come un tempo le banche, che raccoglievano oltre ai capolavori anche opere di pittori minori di grande interesse, per visitatori curiosi ed entusiasti, talvolta anche in forte dissenso.

In campo musicale succedeva lo stesso. Restagno ricorda (il Saggiatore,2014) il pandemonio alla prima del «Sacre du printemps» di Stravinsky al Théâtre des Champs-Élysées, lo scandalo del secolo che neppure Debussy dal palco della fatale Misia capisce. Al pari di Schumann all’ascolto (1839) del finale atonale della «Sonata op.35» dell’amico Chopin, che aveva già esaltato con un «giù il cappello!», all’op. 2 (1827). O quell’altra sublime gazzarra, sempre nel 1913, al Musikverein di Vienna che costrinse Schönberg a non portare a termine la direzione di novità di Webern, Berg e Mahler. Che abisso nel confronto con l’apatia e l’indifferenza odierne, costanti alla Scala... mezzo battito di mani e via di corsa al guardaroba, non solo per la contemporanea. Ogni teatro ha il pubblico che si merita, parafrasando il Joseph de Maistre (1753-1821) di «Ogni Nazione ha il governo che si merita», in una lettera del 1811 sul governo zarista, aforisma di estrema attualità oggi.

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