cinema

«Dumbo», l’elefantino della Disney torna a volare

di Andrea Chimento

2' di lettura

Il piccolo e tenero elefantino volante è il grande protagonista del weekend in sala: «Dumbo» è il film più atteso della settimana, anche perché dietro a questo rifacimento in live action del classico d'animazione Disney del 1941 c'è un regista importante come Tim Burton.
Non è la prima volta che Burton firma un remake, basti pensare a «Planet of the Apes» del 2001 o a «Frankenweenie» del 2012 (film animato con cui il regista americano ha “rifatto” un suo mediometraggio omonimo del 1984), ma in questo caso il film si distacca dal lungometraggio originale, soprattutto nella seconda parte.

Una scena dal film «Dumbo»

La trama di base è la stessa, con protagonista un elefantino appena nato che, a causa delle sue enormi orecchie, viene deriso da tutti, prima di rivelarsi invece un vero e proprio patrimonio per il circo di cui fa parte: il piccolo Dumbo, infatti, riesce a volare e diventa presto un'attrazione unica al mondo. Molte delle tematiche del film del 1941 ritornano in toto (dal messaggio sul credere in se stessi a quello di non giudicare basandosi sulle apparenze), ma poi l'operazione di Tim Burton diventa più avventurosa e si arricchisce di nuovi personaggi.

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Le svolte narrative risultano apprezzabili e la seconda parte è in crescendo rispetto a un inizio che fatica non poco a carburare, anche a causa di qualche trovata visiva piuttosto posticcia. Un limite che porta il film a emozionare meno del previsto, fatta eccezione per le sequenze che vedono protagonisti Dumbo e sua madre, che riescono sempre a toccare corde profonde.

Altalenante nel ritmo, il film coinvolge solo a tratti, diviso tra alcuni momenti eccessivamente didascalici e altri in cui invece il pathos cresce e, di conseguenza, anche l'attenzione dello spettatore.
Vista la difficoltà dell'operazione, però, ci si può accontentare, in particolare considerando gli eccellenti effetti speciali nella caratterizzazione degli animali e le riflessioni proposte ancora di notevole attualità.

È un film indubbiamente perfetto per essere guardato con i propri figli, ma il consiglio è quello di far loro vedere (o rivedere), per un confronto, anche il grande classico d'animazione, che rimane uno dei prodotti maggiormente ricchi d'inventiva e di trovate visive mai realizzati dalla Disney.

Una scena dal film «Fratelli nemici»

Tra le novità in sala va segnalato anche «Fratelli nemici» del francese David Oelhoffen, presentato in concorso all'ultima Mostra di Venezia.
In un quartiere malavitoso di Parigi, le vite di due uomini tornano a intrecciarsi dopo un'infanzia condivisa: il primo è un narcotrafficante alle prese con un grosso affare, il secondo un poliziotto della narcotici.

A quattro anni di distanza da «Loin des hommes» (2014), David Oelhoffen torna dietro la macchina da presa per cimentarsi con un thriller solido nella messinscena, ma convenzionale dal punto di vista narrativo. Le tematiche proposte (il legame di sangue, la vendetta, il confine labile tra bene e male) sono interessanti, la direzione degli attori accurata e l'interpretazione di Matthias Schoenaerts e Reda Kateb nei panni dei due personaggi principali valida: peccato che un copione troppo prevedibile renda «Fratelli nemici» poco originale e privo di guizzi da sottolineare.
Grazie alla confezione pregevole, resta però una pellicola più che discreta, capace di intrattenere con cura.

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