danza

Duse e Ferri: Divine a confronto

UJohn Neumeier ha creato lo spettacolo per la ballerina e l’Hamburg Ballett

di Silvia Poletti


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3' di lettura

La Divina: così l'aveva definita D'Annunzio. Eleonora Duse è stata la prima ad ammantarsi di un appellativo certo roboante, ma anche significante di una concezione dell'arte molto precisa, radicata nella verità del sentimento e nell'onestà della sua traduzione in gesti e parole e per questo capace di parlare direttamente a tutti con forza rivelatrice. Ancora oggi, tra tanti divi dello spettacolo i rari divini sono appunto quelli che, come già “La” Duse, riescono a trasmetterci qualcosa di universale e a “parlarci” di noi attraverso la loro arte.

“La” Ferri è senza dubbio una di loro, soprattutto dopo il ben noto rientro in scena – a sette anni dal ritiro del 2007- che ha regalato alla sua danza ulteriore consapevolezza espressiva. Lo testimonia proprio Duse creato nel 2015 da John Neumeier per lei e Hamburg Ballett e arrivato in esclusiva italiana al Teatro la Fenice.

In una girandola di vorticose fantasie coreografiche ispirate alla vita e arte della Divina, l'autore traccia gli incontri dell'attrice (Boito e D'Annunzio, Duncan e “La” Bernhardt), ma anche la ricerca espressiva in ruoli cardinali della sua carriera - Giulietta, Cleopatra e Marguerite Gautier- e la profonda umana compassione, che la portò a salvare Isadora Duncan dopo la morte dei figli e a seguire amorevolmente le vicende di un giovane ufficiale al fronte.

Un vero turbinio di fatti e scene, con giustapposizioni di ruoli per i medesimi personaggi -il giovane soldato è un appassionato Romeo e poi Armand Duval; ma Duval lo diventa poi anche un pomposo D'Annunzio- per giocare su diversi livelli drammaturgici, talvolta un po' involuti, sviluppati con flusso pindarico su pagine di Britten (tra cui la Sinfonia da Requiem) ben eseguite dall'orchestra della Fenice guidata da Luciano Di Martino.

Sul cupo sfondo della prima guerra mondiale il senso della essenza umana di Eleonora è enucleato in alcuni momenti illuminanti: gesti distillati, svelti passaggi delle mani sul volto, sguardi che illuminano o si incupiscono dolenti trasformando l'interprete in una Mater Dolorosa (come nella bella scena con Isadora).

In un abile transfert meta-teatrale Neumeier si autocita per delineare il rivoluzionario apporto della Duse alle convenzioni teatrale: è la coreografia della sua Dame aux camelias interpretata dalla manierata Bernhardt (Silvia Azzoni) a enfatizzare con trasformazioni di accenti e dinamiche il divario con la fluida naturalezza della Duse.

Come si diceva la Ferri è la presenza su cui verte tutto il lavoro; fondante l'intensità potente della sua presenza, i chiaroscuri del volto, la danza -scalza, in punta, con i tacchi- e il rigore rasserenato che illumina il quintetto astratto della seconda parte, su Fratres di Part, in cui si chiarisce la dimensione spirituale dell'arte. È lei di fatto il fulcro del plot, che tiene ben saldo e a cui ci riconduce quando l'abbondanza di segni rischia di confonderci. L'Hamburg Ballet le è vicino con potente presenza scenica, che spicca in Karen Azatyan, D'Annunzio spudorato, Alexander Riabko protettivo Boito e Alexander Trusch, appassionato soldato. Da qui il grande successo, che rinsalda il legame tra la Fenice e la compagnia che, per inciso, ha consegnato al Sovrintendente Ortombina un assegno di diecimila euro, frutto di un open day organizzato ad Amburgo per aiutare il teatro dopo i danni della recente inondazione.

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