A 30 anni dalla morte

Sciascia, perché è il momento di tornare a leggere lo scrittore siciliano

Una nuova raccolta di saggi permette di approfondire l’autore scomparso nel 1989, che scriveva da narratore nei saggi e da saggista nei romanzi, e che lavorava col pensiero costantemente rivolto a Luigi Pirandello

di Salvatore Silvano Nigro


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Leonardo Sciascia (1921-1989) in una foto del 1978

5' di lettura

Leonardo Sciascia si è spesso soffermato sull’opportunità e il diletto della rilettura. All’argomento ha dedicato un intervento specifico nella raccolta di saggi intitolata Cruciverba, seguendo e sviluppando un discorso sottile e dotto di Borges. Ha scritto: «Un libro non esiste in sé, e non soltanto per l’ovvio fatto che la sua vera esistenza, al di là della sua fisicità, consiste nell’esser letto, ma soprattutto perché è diverso per ogni generazione di lettori, per ogni singolo lettore e per lo stesso singolo lettore che torna a leggerlo. “Ogni volta è diverso”.

Un libro, dunque, è come riscritto in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge. E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l’altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi. Ed è perciò che la gioia del rileggere è più intensa e luminosa di quella del leggere».

Ora è arrivato il momento di tornare a leggere Sciascia. Non perché alle sue opere siano mai mancati i lettori rimasti numerosissimi e fedeli. Ma perché, passati trent’anni dalla morte dello scrittore, ce ne offre l’occasione il completameto dell'edizione Adelphi delle Opere esemplarmente curate da Paolo Squillacioti.

È appena arrivato in libreria il tomo secondo (Saggi letterari, storici e civili) del secondo volume (Inquisizioni. Memorie. Saggi). Si tratta di una vera e propria edizione critica. Ma qui la filologia non è un esercizio passivo. I suoi procedimenti sono affabilmente narrativi. Ogni testo ha una sua biografia minima. E dentro vi si abbreviano racconti filologici che documentano ripensamenti sulle bozze, riscritture, varianti, errori di stampa, sviste, recuperi di brani dai dattiloscritti, ripristino della punteggiatura.

La qualità testuale è garantita anche dall’individuazione del vocabolario letterario di Sciascia, con il recupero di dantismi o leopardismi, per esempio, e dall’esplicitazione delle citazioni riposte e, quindi, delle interlocuzioni sottintese. Nel raccogliere i suoi saggi sparsi, Sciascia aveva fatto cadere le note a piè di pagina (quando c’erano).

Queste note sono state riprodotte nell’apparato, per documentare quanto lavoro, quanti scavi bibliografici, nasconde la leggerezza stendhaliana e saviniana della prosa di Sciascia. Squillacioti ha inoltre l’accortezza di contestualizzare gli articoli di polemica, mediante sintetici e indispensabili cappelli informativi.

Il tomo comprende le raccolte Pirandello e il pirandellismo, Pirandello e la Sicilia, La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Cruciverba, Per un ritratto dello scrittore da giovane, Ore di Spagna, Alfabeto pirandelliano, Fatti diversi di storia e letteratura civile, A futura memoria (se la memoria ha un futuro).

Il titolo del tomo è chiaramente esemplato su Fatti diversi di storia letteraria e civile, commentato dallo stesso Sciascia nell’autorisvolto dell’edizione Sellerio del libro: «Faits divers sono, in francese, quelli che noi diciamo fatti di cronaca, cronache quotidiane, cronache a sfondo nero, passionali e criminali spesso, sempre di una certa stranezza e di un certo mistero. Intitolando “fatti diversi” questa raccolta, si è voluto appunto dir parodisticamente, paradossalmente e magari parossisticamente, “cronache”: a render più leggera la specificazione, di crociana ascendenza, di “storia letteraria e civile”».

Va detto subito che la rivendicazione della «scrittura di letteratura» era forte in Sciascia, scrittore che non avvertiva nessuna tensione tra narrativa e saggistica: considerandosi narratore nei saggi e saggista nei romanzi e nei racconti. E al genere saggistico recuperava gli articoli di giornale, fossero essi di letteratura o di politica. Sentì infatti il dovere di difendere Giuseppe Antonio Borgese, considerato con sufficienza un critico-giornalista: «come se», scrisse, «un articolo di due colonne su un giornale non potesse contenere più idee, e più illuminanti, di un lungo scritto pubblicato in una rivista accademica o in un libro».

A scorrere l’indice del tomo adelphiano risalta subito la persistenza di quella che Sciascia chiamava, compiacendosene, la sua «ossessione Pirandello». Ebbe a scrivere: «Sui libri di Pirandello io ho passato molte ore della mia vita; e moltissime a ripensarli, a riviverli. Lo scarto tra i suoi libri e la vita è stato per me sempre minimo … Tutto quello che ho tentato di dire, tutto quello che ho detto, è stato sempre, per me, anche un discorso su Pirandello: scontrosamente, e magari con un certo rancore, prima; cordialmente e serenamente poi».

L’ultimo tomo dell’edizione si chiude con le furibonde polemiche giornalistiche di A futura memoria (se la memoria ha un futuro), arrivato nelle librerie lo stesso giorno in cui Sciascia morì. «Sciascia l’eretico» della politica italiana dei compromessi e di tutte le maschere del Potere (negli anni dei casi Moro, Sofri, Tortora, e dei cosiddetti professionisti della mafia), dovette difendersi dagli attacchi che gli vennero da tutte le parti, dai comunisti e dai democristiani.

Amava presentarsi così: «Io ho dovuto fare i conti, da trent’anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia, e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità».

Sciascia sofferse la solitudine di tutti gli «eretici». Chi vuole avere un quadro completo sulla solitudine (politica) di Sciascia, deve leggere il coinvolgente libro di Felice Cavallaro, Sciascia l’eretico. Storia e profezie di un siciliano scomodo (Solferino, pagg. 304, € 17).

Uno dei primi recensori di A futura memoria fu Angelo Guglielmi su «Tuttolibri». Scrisse: «Che cosa potrebbe pensare un giovane di oggi, incontrandolo per la prima volta, di Leonardo Sciascia? Intanto l’incontro avverrebbe sull’ultimo (appena uscito) libro A futura memoria … Probabilmente lo leggerebbe con ansia e partecipazione per le gravi cose di cui il libro parla e la passione con cui ne parla.

Poi, giunto alle ultime pagine, sarebbe assalito da qualche disagio e perplessità trovando questa frase: «Non sono infallibile ma credo di avere detto qualche inoppugnabile verità». Ma come, si dice il nostro giovane, è ancor possibile tanta sfacciata sicurezza? E la verità, dov’è la verità? non è forse nel diffidarne? nel prendere le distanze quando crediamo di averla raggiunta?».

Ebbene, Sciascia avrebbe ribattuto che la verità è nella letteratura in quanto basata sulla forza della ragione e del diritto. E infatti, nel rileggere oggi le opere di Sciascia, una volta consegnate al giudizio della storia le polemiche di una volta, rimane al lettore il grande fascino della scrittura letteraria dell’autore: di uno dei più grandi scrittori del nostro secondo Novecento.

Opere, tomo II (Saggi letterari, storici e civili) del volume II
(Inquisizioni. Memorie. Saggi)

Leonardo Sciascia
Adelphi, Milano, pagg. 1484, € 75.
In libreria dal 21 novembre

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