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E' bene o male che i colossi esteri investano sui nostri gioielli? Jamie Dimon e i buoni azionisti

di Bernardo Bertoldi

(REUTERS)

3' di lettura

Jamie Dimon, CEO di JP Morgan, è noto come il banchiere per antonomasia ma non è solo questo; pochi sanno che arriva da una famiglia che si occupa di banche da più di tre generazioni e che è di origine greca; pochi, inoltre, si ricordano che è diventato CEO dopo aver salvato e venduto a Morgan BankOne, un turnaround che ancora oggi si studia nelle business school. Dimon è cresciuto alla scuola di Sandy Weil, uno dei padri del sistema finanziario americano di questo secolo; ha un approccio imprenditoriale e conosce a fondo il sistema industriale americano ed europeo.
È per questo che la sua dichiarazione: “Ritengo che questo sia il momento giusto per avere fiducia e investire nel vostro paese” ha compiaciuto il sistema finanziario, industriale e politico italiano.
Sono bastati due giorni e l'OPA su Reno De Medici da parte di un grande fondo internazionale, per farci cambiare umore e gridare alla “caccia ai nostri gioielli”.
Quindi è bene o è male che dall'estero si investa in Italia? Slogan ad effetto per il bene o il male se ne sentono parecchi, la questione è però più complessa e si compone di almeno due elementi: perché le aziende italiane sono appetibili e perché gli investitori pagano “quanto basta” per convincere i proprietari attuali a vendere.

Primo. Le aziende italiane sono appetibili non perché sono piccole ma perché sono leader mondiali in settori di dimensioni ridotti dove hanno, spesso, un vantaggio competitivo inespugnabile che non è basato su economie di scala o di scopo. Per perseguire un vantaggio competitivo basato sulle economie di scala devi avere accesso ad un grande mercato di sbocco e a un grande mercato finanziario per fare gli investimenti in fretta. Due elementi che non hanno mai caratterizzato il nostro Paese. Per perseguire un vantaggio competitivo basato sulle economie di scopo devi avere processi manageriali ottimizzati e procedure ripetitive che ti permettano di sviluppare core competence in diversi settori: non esattamente qualità che vanno a braccetto con creatività e gusto per il prodotto unico tipici italiani. Le nostre aziende non crescono per economie di scala o di scopo: crescono in settori in cui queste non hanno effetto. La prova è che inventano i macchinari di cui hanno bisogno; nessuno li produce perché il settore è troppo piccolo per attrarre l'interesse di un produttore di macchinari.

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Quando il settore è sufficientemente grande ed esistono macchinari disponibili per tutti, vince chi ne può comprare di più non chi ha la creatività per inventarli: ed ecco perché le nostre imprese, anche quando sono leader mondiali, lo sono in settori piccoli. Questo limita la dimensione assoluta delle nostre imprese ma, per fortuna, i settori piccoli sono moltissimi e la nostra creatività inesauribile. Il vantaggio competitivo della nostra industria si basa su eleganza, gusto, creatività e sulla capacità di creare sistemi di produzione che nessuno ha. Questo ci rende imbattibili nei settori più piccoli, dove non basta comprare macchinari o sviluppare conoscenza standardizzata. In sintesi: le nostre imprese non sono piccole, sono grandi in settori piccoli. Secondo. Nuovi investitori comprano quando possono offrire un prezzo che è superiore al valore che gli attuali azionisti sperano di poter creare. Se un proprietario non è più il miglior azionista è un bene che l'azienda cambi proprietà, altrimenti una parte del potenziale sarebbe limitato da chi la possiede.

Capita spesso di sentire imprenditori orgogliosi di aver rifiutato offerte strabilianti, la domanda da porsi è: puoi far valere la tua azienda quanto qualcun altro pensa di poterla valorizzare? Se la risposta è no, c'è da chiedersi se sei il miglior azionista per la tua azienda.Certo l'eccesso di liquidità, i fondi di private equity, la finanza “rapace” possono far razzie nei nostri tranquilli pascoli e non perché siano migliori azionisti ma perché sono più spregiudicati. È possibile, anzi, è successo e succederà. La golden power può in parte limitare questi casi patologici, ma, più ancora, lo possono fare azionisti che facendo bene il loro mestiere valorizzano le loro imprese. Inoltre la finanza “rapace” sembra aver capito prima di tutti che per sfruttare il potenziale delle imprese bisogna allearsi con il coraggio e la visione dell'imprenditore .Gianluigi Gabetti che nella finanza newyorkese di Sandy Weill e di Jamie Dimon era di casa, era solito dire: “la finanza deve seguire”. Oggi è forse più attuale che mai in un mondo ingolfato di liquidità alla ricerca di crescita che solo il coraggio e la visione imprenditoriale possono dare.
Docente di Family Business Strategy - Università di Torino
bernardo.bertoldi@unito.it

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