riforme ue

Un safe asset dell’Eurozona per tenere lontano dalle banche il rischio sovrano

di Giuseppe Chiellino

(REUTERS)

4' di lettura

Il vertice europeo della settimana scorsa ha segnato alcuni passi avanti nell’approfondimento dell’Unione economica e monetaria (Uem) ma ha lasciato in sospeso la discussione su un punto importante, la garanzia unica dei depositi bancari (Sistema europeo di assicurazione dei depositi, Edis nell’acronimo inglese), strumento considerato indispensabile per procedere verso l’Unione bancaria. Ma per arrivare a questo traguardo in molti ritengono necessaria una consistente riduzione dei rischi contenuti nei portafogli delle banche. La preoccupazione, in particolare, riguarda l’esposizione degli istituti di credito verso i debiti pubblici nazionali.

Nel caso italiano, il rischio sovrano determina una condizione di debolezza che si riflette sui ratio di capitale degli istituti, che finisce per costituire un ostacolo insormontabile, in aggiunta alla frammentazione delle normative nazionali, nel cammino verso l’Unione bancaria. Se tra uno Stato membro e l’altro i rischi sono diversi, chi è più al sicuro non vuole accollarsi il rischio degli altri senza che prima vengano ridotti. Ma c’è anche un altro aspetto del problema: fino a quando le banche europee non avranno uno strumento finanziario sicuro denominato in euro in cui “parcheggiare” la liquidità tra una transazione e l’altra sarà difficile affermare l’euro come valuta globale. Uno strumento del genere, non solo aiuterebbe a rafforzare i bilanci delle banche e rafforzerebbeil rulo internazionale della moneta unica, ma secondo i suoi sostenitori migliorerebbe il funzionamento e l’efficacia della politica monetaria, faciliterebbe lo sviluppo e l’integrazione dei mercati finanziari, creando un mercato di obbligazioni sovrane sicure. Inoltre servirebbe anche a mitigare le inversioni improvvise dei flussi tranfrontalieri di capitali, come quelle che nei mesi scorsi hanno riguardato anche il mercato italiano.

Loading...

Ma come “costruire” uno strumento efficace e sicuro (tripla A) senza alterare i mercati? I modelli di cui si discute sono riassumibili in tre categorie: titoli con vari livelli di garanzie (Eurobond, Blue bond, Eurobills fino ai Purple bond proposti da Lorenzo Bini Smaghi); emissioni nell’ambito di un bilancio dell’area euro o emissioni della zona euro; strumenti di debito emessi da uno o più intermediari il cui sottostante sia costituito da un pacchetto diversificato dei debiti sovrani. Quest’ultima categoria si rifà alle proposte già presentate in passato da Mario Monti nella primavera del 2010, in un report all’allora presidente Manuel Barroso, e a una proposta firmata Juncker-Tremonti, a dicembre dello stesso anno, quando i due erano rispettivamente presidente dell’Eurogruppo e ministro dell’Economia italiano.

Una ipotesi che cerca di farsi spazio in questo dibattito e che appartiene a questa ultima categoria è quella degli E-bonds, studiata in particolare da Jeromin Zettelmeyer con Alvaro Leandro, del Peterson Institute for International Economics, che viene presa in seria considerazione e a cui la Commissione ha già riconosciuto un certo interesse nel suo Libro Verde sugli Stability Bonds del 2011. La prima regola alla base dell’E-bond è la definizione dello status di credito privilegiato, che viene attribuito ai prestiti che l’emittente eroga ai Paesi partecipanti, in virtù del quale questi godrebbe della precedenza in caso di default . Nello studio si ipotizza che l’emittente possa essere l’Esm, il Meccanismo europeo di stabilità. Dal punto di vista giuridico la proposta deve essere ancora vagliata a fondo, ma secondo alcuni esperti non richiederebbe modifiche al trattato. A differenza degli EsBies, l’E-bond, il cui sottostante è costituito interamente da prestiti a Stati sovrani non sarebbe diviso in tranche senior e junior ma funzionerebbe in base a una purchase rule in base alla quale, l’emittente fornisce prestiti a ciascun Paese parametrati alle dimensioni del Pil, tenendo conto di un livello minimo di sicurezza del pacchetto e delle capital key con cui la Banca centrale europea pesa gli acquisti di titoli pubblici. Questa architettura finanziaria avrebbe diversi effetti. Il primo, secondo i sostenitori della proposta, è quello di creare uno titolo risk free in euro di cui le banche hanno estremo bisogno per operare su scala europea e globale senza essere esposte a tensioni sui titoli sovrani nazionali. Così come è congegnato l’E-bond, non avrebbe un effetto complessivo sui rendimenti dei titoli sovrani sottostanti, quindi sul costo del debito di un Paese. Lo status privilegiato assicurato ai prestiti forniti dall’emittente (nell’ipotesi l’Esm) farebbe salire il costo marginale del debito emesso direttamente sul mercato, ma ciò sarebbe compensato dal calo dei tassi di interesse sulla quota di debito rifinanziato attraverso l’emittente comune. Secondo gli autori, ci sarebbe un effetto positivo di redistribuzione in quanto a tutti gli Stati membri verrebbe corrisposto dall’emittente dell’E-bond lo stesso tasso di interesse, a prescindere dal rischio-Paese. Infine, sui Paesi ad alto debito (vedi l’Italia) uno strumento del genere dovrebbe avere un effetto “disciplina” e li aiuterebbe a evitare fasi di instabilità finanziaria che indeboliscono l’economia, facilitando così una riduzione più rapida del debito pubblico. Almeno, questa è la previsione.

Per gli “specialisti” della riforma della Zona euro, uno strumento così disegnato avrebbe l’effetto importante di separare l’esposizione delle banche dal rischio sovrano, sciogliendo il nodo che sta bloccando l’evoluzione della garanzia unica dei depositi, passaggio decisivo per l’Unione bancaria.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti