la biblioteca personale

È impossibile vivere senza libri

di Armando Torno


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2' di lettura

Nonostante i progressi della Rete e degli strumenti di consultazione, dei mezzi per archiviare la memoria o semplicemente per leggere, i libri continuano a essere fedeli amici dell'uomo. Di essi è possibile innamorarsi. Utili per i regali, per meditare, per rifugiarsi.

Per i libri si sono commessi delitti, raccoglierli può trasformarsi in malattia, collezionarli è contagioso. Eppure è impossibile vivere senza la loro presenza. Alberto Manguel, già direttore della Biblioteca Nazionale Argentina, scrittore e saggista, è convinto che ogni libro racconti una storia. Non soltanto quella che si legge tra le pagine (non è detto che sia la più interessante), ma qualcosa che si portano dietro.

Duccio Sacchi ha appena tradotto di Manguel, per la casa editrice Einaudi, “Vivere con i libri. Un'elegia e dieci digressioni” (pp. 126, euro 16). Riflessioni, amore cartaceo, rimandi d'autore, altro; di certo al lettore interesserà quella serie di emozioni che Manguel cerca di compendiare a causa di un trasloco da un'abitazione sulla Loira a un piccolo appartamento di New York. Che cosa succede in casi del genere?

I libri hanno bisogno di spazio e Manguel deve scegliere quali volumi dovrà portare con sé e quali lasciare in un deposito, cioè abbandonarli, almeno momentaneamente. Per farlo, deve passarli in rassegna. E, come ricorda con un sorriso, è costretto ad ascoltare la loro voce.

Sarebbe banale credere che i libri siano degli oggetti silenziosi. Ogni volta che se ne sposta uno, ci si ricorda di un frammento di vita che ci lega a esso, magari di cose avvenute anni fa: un amore svanito, un successo o un problema, una gioia o un dolore. I libri non hanno la bocca ma siamo noi a ripetere le loro parole attraverso i ricordi.

Manguel rammenta una frase del grande Borges: “Uno scrittore scrive quello che può, un lettore legge quello che vuole”. Parole piene di saggezza, giacché ognuno di noi, nel leggere, gode di una libertà che l'autore ignora: lui deve dare forma a qualcosa, noi possiamo immaginare, divagare, evocare dinanzi al suo lavoro. In fondo, il libro non è altro che un crocevia in cui tutti i verbi che abbiamo trascritto si danno continuamente un appuntamento.

Manguel a pagina 41 lascia una confessione: “Il giorno in cui salutai per l'ultima volta la mia biblioteca in Francia mi sentivo spaventosamente triste, e fiotti di ricordi di versi, relativi alla rabbia, alla vendetta e alla disperazione mi martellavano in testa, come se la biblioteca stesse aprendo i suoi libri per me in un ultimo gesto d'amicizia”. C'è poco da aggiungere.

Non importa se i nostri libri sono luccicanti o malconci, rilegati in pelle o umili tascabili, quel che conta sono le emozioni che ci hanno dato o che in essi abbiamo nascosto. Aveva ragione Flaubert che in una lettera a Mademoiselle de Chantepie, del giugno 1857, osservava: “Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere”.

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