sbagliando si impara

È inutile pensare ai muri in un mondo che le tecnologie hanno reso liquido

di Emmanuele Margiotta *


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4' di lettura

Prologo: partiamo con una immagine, una mappa del mondo. Australiana. Cioè stampata in Australia. Il mondo visto dall’altro emisfero ci appare rovesciato (prendete due minuti per cercarla su Google). Sono punti di vista, che spiazzano, in alcuni casi disturbano, generalmente non lasciano indifferenti. Ecco, oggi per noi NON nativi digitali guardare il mondo è come guardarlo dall’emisfero sbagliato. Non è per nulla confortante. Fine del prologo.

Dunque, qualcosa è cambiato definitivamente, un punto di non ritorno è stato raggiunto. Qualcuno ha parlato di fine di una civiltà, qualcun altro di declino di modelli consolidati, altri di liquefazione del mondo solido o di un imbarbarimento che ha colpito diversi settori della vita pubblica e privata, altri ancora hanno abbondantemente abusato del prefisso post, per descrivere ciò che stava (sta) accadendo. Perchè il post, pensateci bene, è confortante. Il post tranquillizza, mantiene un contatto col mondo che era. Dire «post-qualcosa» aiuta a capire che un piede è già nel presente, ma l’altro è ben piantato nella tradizione che conosciamo, nel passato.

Il post è l’illusoria convinzione della linearità, di avere la capacità di rinchiudere il mondo intorno a noi in compartimenti stagni, in schemi predefiniti, che ci consentono di interpretarlo al meglio, conoscendo tutte (o quasi) le variabili in gioco. Il post è il futuro che ha bisogno del presente, il post è una variazione di ciò che si conosce. Il post, insomma, è come navigare mentre si vede ancora la riva. Oggi, mentre scrivo, le cose non hanno mutato forma e direzione. Siamo ancora in alto mare. Non dico sia un bene e nemmeno un male, dico che è così, piaccia o meno. Lo dico da uomo che vive il suo tempo, che osserva le cose del mondo, conosce un po’ le aziende soprattutto ed il disagio di chi lo popola.

Sono nato nel 1978 ed io, come molti della mia generazione, sono cresciuto a suon di immagini. Sono, mio malgrado, un figlio della televisione. La tv, per gli amici, probabilmente l’unico vero collante generazionale prima dell’avvento di internet e del digitale. Perché inevitabilmente post-Internet (ecco che torna il post) è avvenuta un’ulteriore (e decisiva) mutazione nel modo di gestire le informazioni, la conoscenza, i rapporti interpersonali, il sesso, la religione, la soglia tra ciò che è pubblico e ciò che è privato, addirittura fra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Fra ciò che appartiene a questa generazione di nativi e ciò che non gli appartiene.

Eppure parlare di confini generazionali, oggi, pare un esercizio di stile piuttosto pericoloso. Mi spiego meglio. Fino ad un certo punto è stato semplice per i sociologi collocare dei paletti di comodo per demarcare una intera generazione. Così è stato per i nati fra il 1945 ed il 1964 comunemente collocati nella Generazione Baby Boom e cresciuti, per intenderci, nel dopoguerra. Ai nati nel ventennio successivo è toccato il misterioso quanto famoso appellativo di Generazione X. Difficili da inquadrare, privi di un’identità definita, ma di certo ribelli e creativi, entrambe accezioni utili a descrivere coloro che mettono in discussione il mondo e l’ordine delle cose.

Passata la soglia della Generazione X, il nulla. O meglio, una gran confusione (ecco il pericolo). Si è parlato di Generazione MTV, Generazione del Millennio, Generazione Internet, Generazione iPhone, Generazione Y e chi più ne ha più ne metta a seconda delle mode del momento. Definizioni specchio della difficoltà di trovare un comun denominatore fra i nati dopo la seconda metà degli Anni Settanta: in parte perché siamo ancora troppo vicini per poter vedere con chiarezza il fenomeno, in parte perché i cambiamenti epocali in questa fase di storia dell’umanità impongono, se proprio vogliamo mettere dei paletti generazionali, tempi più ristretti.

Ovvero in vent'anni (soprattutto negli ultimi anni) una generazione non è probabilmente sempre uguale a sé stessa. Dunque, i fatidici paletti sarebbe meglio non metterli affatto, perché destinati ad essere portati via dalla marea che avanza, senza un terreno solido su cui essere piantati. Siamo in un’era di confini elastici, in fondo. Un’era che non appartiene a noi, così abituati tracciare linee di demarcazione, scavare fossati, definire dove inizia e dove termina il nostro mondo. Noi ed il nostro bisogno di muri, ai quali appoggiarci, per avere le spalle coperte.

Epilogo: due storie. Nella prima siamo in treno. Un bimbo, avrà due o tre anni, interagisce con un foglio di carta come fosse un tablet touch screen. Muove pollice e indice nel tentativo di allargare l’immagine. Un gesto relativamente nuovo nella storia dell’uomo, ma per lui già familiare. Niente da fare. Poi preme col polpastrello alla ricerca di un’interazione, di una reazione di suono o di movimento o di colore, che non arriva. Si volta verso la madre e con fare indispettito le dice “è rotto”.

Seconda storia. Un anziano (molto anziano) per la prima volta alle prese con un mouse. Lo sguardo oscilla dal pc all’oggetto con lo stupore sincero nel vedere che ad ogni minimo movimento della mano, la freccia sullo schermo risponde. Poi qualcosa accade, il mouse termina il tavolo su cui scorrere, il cursore però è ancora a metà schermo. Cosa fare? Facile per chi conosce il gioco, sollevi il mouse e torni indietro. Facile per voi, non per lui. La mano del vecchio si ferma, il cervello elabora. Secoli di civiltà si paralizzano per un istante, li sentite scricchiolare? Poi, come se nulla fosse, il vecchio solleva il mousepad facendolo scorrere fuori dal tavolo, con sguardo fiero fa continuare al topo da scrivania il suo corso.

A suo modo ha risolto le cose. L’arte dell'arrangiarsi che esercitiamo ogni giorno. Mettiamo pezze ed improvvisiamo. Noi vecchi, chi più chi meno. In famiglia come in azienda. In un mondo che non ci appartiene più e che, ci auguriamo, i nostri figli gestiranno meglio di noi.

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