INTERVENTO

È l’ora di sperimentare nuovi paradigmi d’impresa e di management

Le aziende devono rigenerare continuamente le persone che impiegano, le comunità e l’ambiente, e in generale produrre benessere economico e sociale

di Marco Grumo *

(ake1150 - stock.adobe.com)

5' di lettura

In questi ultimi tempi stiamo assistendo in tutto il mondo a una crescente attenzione verso nuovi paradigmi d’impresa e di management. Si moltiplicano i consessi, le normative, le best practice. In particolare, si pone l’accento sulla necessità di imprenditori e di imprese più capaci di fare impresa in modo compatibile con le esigenze della società, dell’ambiente e dell’uomo. Imprese certamente solide dal punto di vista del business e in particolare dei risultati economici, ma anche con meno esternalità negative ambientali e sociali e quindi con un maggiore impatto economico e sociale.

Si tratta di istanze sicuramente corrette che però devono far parte di qualsiasi modello di business concepito per il medio e lungo termine. Infatti, se in un’ottica di breve periodo tutto può verificarsi (inclusi alcuni comportamenti opportunistici) nel medio e lungo termine la continuità aziendale, e quindi la durabilità di qualsiasi impresa, non può verificarsi mediante atteggiamenti non rispettosi degli interessi di tutti gli stakeholder (sia quelli interni che quelli esterni).

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L’idea è fare impresa all’interno di un nuovo framework concettuale in cui sapientemente coniugare economia, felicità, relazioni e bene comune, non tanto secondo una logica top-down, ma bottom-up che consenta di dare un nuovo spirito alle economie locali e globale. Imprese ed ecosistemi più virtuosi e inclusivi che producono common goods e benessere, coniugando profits e social impact nell’ambito di nuovi business models aventi veramente al centro le persone.

In altri termini, nella società si chiede sempre più una nuova cultura e una nuova “genetica imprenditoriale”, ma anche nuovi statuti, nuove architetture organizzative, nuovi principi di management, nuovi obiettivi e nuove metriche aziendali non esclusivamente economico-finanziarie e non esclusivamente di breve termine. Un modello economico e di impresa basato su più responsabilità e trasparenza verso le persone, stipendi più adeguati ma anche più partecipazione, dove di fatto gli interessi di molti prevalgono su quelli di pochi; soggetti anche più rispettosi delle comunità in cui si opera e orientati veramente a un'attività economica più socialmente responsabile.

Chiaramente tutte le imprese devono fare utili, devono essere innovative e flessibili, ma devono anche avere piani strategici di qualità che mettano al centro la persona. Le imprese devono essere agenti economici e sociali virtuosi capaci di rigenerare continuamente le persone che impiegano, le comunità e l'ambiente e in generale produrre benessere economico e sociale. Consumano risorse, ma devono anche rigenerarle, il tutto secondo una prospettiva di medio-lungo termine e meno individualistica.

Tanti sono i ragionamenti e le sperimentazioni che si muovono in questa direzione. Si pensi solamente alla recente “economy of Francesco”, al moto delle Bcorp e cioè delle società benefit, alla costituzione di fondazioni corporate al servizio delle comunità, alle strategie e ai comportamenti di corporate social responsibility attuati sempre di più dalle imprese, ma anche alle società cooperative (che gestiscono importanti volumi di attività industriali e di welfare) o al fenomeno delle imprese sociali recentemente riformate in Italia.

Il problema è sempre lo stesso e cioè coniugare in modo nuovo e virtuoso performance economica e performance sociale, senza sbilanciarsi sull’uno o sull’altro estremo, aspetto che determinerebbe inevitabilmente un sacrificio degli aspetti sociali oppure di quelli economici. Trattasi in particolare di un “fine tuning” tutt'altro che semplice, il quale più che necessitare di modelli organizzativi particolari, necessita di imprenditori e manager di valori e di valore, formati in modo molto particolare.

Gestire infatti un’impresa che vuole realizzare contemporaneamente importanti risultati economici e sociali non è semplice poiché occorre sviluppare strategie valide da entrambi i punti di vista e quindi win-win sia per l’impresa che per le comunità, sul piano economico e su quello sociale. La sfida starà tutta nel disegno strategico, nella progettualità, negli indicatori della gestione e appunto nella formazione di un management di alta qualità.

Un’impresa che non fa utili non ha certamente futuro nemmeno sul piano sociale e un’impresa che fa utili operando in un contesto sociale e ambientale sempre più povero (e socialmente esplosivo) altrettanto non ha futuro. Non si tratta di appiccicare un po’ di attenzione sociale o ambientale in più a un modo di gestire che risponde invece totalmente ad altre logiche, oppure di fare un po’ di comunicazione sociale e ambientale positiva o ancora qualche donazione filantropica: questi atteggiamenti infatti funzioneranno solo nel breve periodo; si tratta invece di concepire l’intero business in modo più ampio includendo cioè sempre tre dimensioni di ragionamento, di progettazione strategica, di intervento e di controllo: quella economica, quella sociale e quella ambientale.

Come detto, non è un problema di forma giuridica o d'impresa ma di “software” e cioè di valori e di approccio strategico al business e alla società. Tutti questi nuovi paradigmi infatti possono assumere qualsiasi forma organizzativa e cioè quella della società business, delle Bcorp, oppure della società cooperativa e dell’impresa sociale. Non vi è infatti una forma d'impresa a priori migliore di un’altra, vi sono solo imprese in cui questi ragionamenti sono più sviluppati e imprese (profit o non profit) in cui lo sono meno. Come sempre, il nocciolo della questione sta nei valori dell’imprenditore e del management che poi vengono portati nei progetti strategici. Non è un problema di norme e di assetti organizzativi o giuridici.

Per questi motivi, occorre puntare molto sulla formazione di nuovi imprenditori e nuovi manager capaci di proporre progetti imprenditoriali diversi dal solito, integrando ragionamenti economici, sociali e ambientali e alimentando circoli virtuosi di sviluppo per l’azienda e per gli stakeholder sia nel breve che nel medio-lungo termine. Sicuramente le attenzioni sociali e ambientali possono costituire vincoli e costi in più nell’immediato, ma in realtà, se ben inserite a livello strategico, si tratta di investimenti capaci di liberare più legittimazione sociale, istituzionale, creditizia, ma anche più motivazione nei clienti nonché più senso di appartenenza nel personale.

Questi aspetti sono oggi cruciali per tutte le imprese (profit e non profit). Realizzare un nuovo paradigma d’impresa è possibile quindi sviluppando ragionamenti strategici più ampi e integrati, proponendo strategie di corporate social responsibility di alta qualità, costituendo fondazioni specializzate per intervenire adeguatamente nei territori di riferimento, costituendo società benefit oppure ricorrendo a forme di impresa alternative come le società cooperative e le imprese sociali.

Tutte queste forme di business hanno chiaramente pregi e difetti, ma tutte possono essere modellate e utilizzate per creare nuove modalità di fare impresa nella società. Nell’ambito di questi ragionamenti, diventeranno infine sempre più importanti anche la redazione delle dichiarazioni non finanziarie delle imprese e il ricorso a metodologie di valutazione dell’impatto sociale. Nuovi strumenti quindi e nuove riflessioni per imprese sempre più di qualità, di valori e di valore per tutti gli stakeholder. La transizione culturale sembra iniziata. Alcuni strumenti sono già a disposizione e aspettano solo di essere sperimentati.

* Docente di Economia aziendale e di organizzazione e management delle imprese internazionali e globali all’Università Cattolica del Sacro Cuore


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