letteratura

È Laurent Mauvignier il vincitore del Bottari Lattes

di Lara Ricci

(ANSA)

5' di lettura

È lo scrittore francese Laurent Mauvignier a vincere con lntorno al mondo (Feltrinelli, trad. di Yasmina Mélaouah, pagg. 320, 18, si veda la recensione di Giorgio Fontana sulla Domenica del 29 gennaio 2017) la sezione Il Germoglio del premio Bottari Lattes Grinzane. Lo hanno scelto 384 liceali italiani tra quattro romanzi finalisti selezionati da una giuria tecnica formata da Gian Luigi Beccaria, Leonetta Bentivoglio, Valter Boggione, Vittorio Coletti, Giulio Ferroni, Laura Pariani, Enzo Restagno, Alberto Sinigaglia, Marco Vallora.


Intorno al mondo è composto da 14 storie avvenute ai quattro angoli del pianeta lo stesso giorno, quello dello tsunami del 2011. «Mi interessava capire le scosse emotive che può provocare un maremoto, misurare l'ampiezza dello choc, analizzare come certi grandi avvenimenti pubblici, quali gli atti terroristici, le catastrofi naturali, le guerre, entrino nella vita privata della gente. Perché il resto del mondo è sempre più parte del nostro paesaggio» ha detto lo scrittore, che non è nuovo a questo genere di operazioni. Nel suo romanzo Degli uomini (Feltrinelli) si era già misurato con l'effetto della guerra d'Algeria sui francesi che furono chiamati a combattere. Lui stesso è figlio di un reduce: “Mio padre e i mei zii furono arruolati – spiega -. In famiglia tutti lo sapevamo, guardavamo le foto dell'Algeria, ma a parlarne erano le donne, loro non dicevano nulla. E questo mi disturbava molto. A volte il silenzio veniva messo in scena, perché c'erano incontri tra reduci. Ma anche in tali occasioni non si parlava di ciò che era successo. Una delle ragioni che mi hanno spinto a diventare scrittore è stato proprio il desidero di dare voce a quel silenzio, popolare di storie quelle immagini. E quando andavo a presentare il romanzo molti lettori della mia età mi raccontavano che volevano regalarlo ai loro padri per cercare di rompere questo silenzio che esisteva anche nelle loro famiglie”.

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Il padre di Mauvignier quel silenzio non l'ha mai rotto, è stato viceversa. Si è ucciso, come tanti reduci nei decenni che hanno seguito il conflitto, quando il figlio cercava ancora le parole per raccontare l'irraccontabile. Il romanzo, per questo autore nato a Tours nel 1967, è dunque “un'arte della memoria e del tempo. Può rispondere a domande cui nessuna scienza può rispondere”.

E di memoria si occupano anche gli altri tre romanzi arrivati in finale, che si distinguono tutti per il valore letterario e l'interesse della storia. Quello di Olivier Rolin, Il meteorologo (Bompiani, si veda la recensione di Elisabetta Rasy sulla Domenica del 17 luglio 2017) vuole essere la memoria di qualcun altro, di Aleksej Feodos'evic Vangengejm, illustre meteorologo dell'Unione Sovietica. Un innocente arrestato nel '34 e inviato in un gulag senza che apparentemente perdesse la sua fede nell'Unione Sovietica.

Una storia struggente la sua, divorante, in cui Rolin si è imbattuto durante un viaggio alle isole Solovki, arcipelago del Mar Bianco dove nel recinto di un antico monastero fu istituito il primo campo del sistema dei gulag. Qui si è trovato fra le mani un album costituito dalle lettere che un padre deportato aveva inviato alla moglie e alla figlia, corredandole con disegni di erbe, fiori, aurore boreali, ghiacci, animali, colorati a matita o ad acquarello. Queste immagini delicate e sognanti che tanto stonavano con la realtà del campo le spediva Vangengejm alla figlia, che aveva solo 4 anni, e che non avrebbe mai rivisto. Lui fucilato dal regime che ha sostenuto fino alla fine, lei morta suicida, dopo essere diventata un'affermata paleontologa.

“Mi incuriosiva capire se era davvero così, se davvero era morto senza abbandonare l'ideologia che lo stava uccidendo – spiega Rolin -. Alla fine mi sono convinto che vi abbia creduto a lungo e poi abbia continuato a far finta di credere per proteggere la figlia e la moglie ma anche per non sprofondare”. Rolin, dopo aver militato nel gruppo di sinistra maoista Gauche prolétarienne, dal 1966 al 1973, ha iniziato a scrivere per trovare uno spunto di riflessione e da allora non ha smesso di interrogarsi sui mali delle ideologie (“l'ideologia è la passione per la falsa testimonianza, mentre scrivere, in principio, è cercare di essere più veri possibile, l'ideologia è il dominio della certezza, la letteratura quello invece della ricerca”, l'una insegna a pensare liberamente, l'altra a seguire”) .


Una lunga e appassionante indagine sulla memoria e sulla menzogna, in particolare le menzogne delle ideologie e delle dittature si trova anche nei romanzi del colombiano Juan Gabriel Vásquez, tra cui quello che è stato selezionato per la finale del Bottari Lattes: La forma delle rovine (Feltrinelli) che prende avvio da un misterioso delitto politico avvenuto a Bogotá nel 1948 che però continua a intrecciarsi e specchiarsi in altri fatti avvenuti in Colombia ma anche nel resto dell'America e altrove, tra cui l'assassinio di Kennedy. Giulio Ferroni l'ha definito “un'opera ‘totale'” e “un atto di resistenza al caos”.

“Il mio romanzo cerca di capire come navigare nelle menzogne, nelle distorsioni di quella che è la storia ufficiale. Uso la narrativa per illuminare i luoghi scuri della storia che hanno dato forma al nostro presente”, ha spiegato il pluripremiato autore sudamericano. Il romanzo per lui è anche un modo “di affrontare il disordine dell'esperienza, fatta di storia collettiva e individuale. Un mezzo che ci aiuta a trovare un significato”.

A Vásquez interessano molto anche “le teorie complottiste che si trovano in molti Paesi. Sono un meccanismo di difesa quando ci si rende conto che la storia ufficiale è piena di lacune o di falsità”. Ma nell’era dei social e delle fake news sono anche un grande pericolo per la democrazia. Nel suo Paese, dopo un conflitto durato 50 anni, ciascuno ha un'idea diversa di come sia andata la storia, a seconda si tratti di una vittima della guerriglia o invece di un paramilitare, di un cittadino o di un contadino. “Sono tutte verità parziali, la letteratura e il buon giornalismo cercano di ridare complessità alle semplificazioni e falsificazioni della storia ufficiale, di creare un racconto in cui possiamo abitare tutti. Perché, come dice Carlos Fuentes, ‘non c'è un passato vivo con un futuro morto'. Bisogna dar vita al passato per poter ambire al futuro” .


La malinconia dei Crusich (Bompiani), di Gianfranco Calligarich è invece la storia vera di una numerosa famiglia italiana, anticonformista e cosmopolita, vissuta attraverso alcuni degli avvenimenti chiave del secolo scorso, avvinghiata a una nostalgia “genetica e aprioristica”. È la storia della famiglia dell'autore, una storia che sentiva da scrivere fin da quando era ragazzo, iniziata e abbandonata per anni, schiacciato dal senso di responsabilità, fino a quando un'amica ha trovato uno degli incipit e ha iniziato a insistere perché la finisse. “Credo che lo scrittore possa scrivere solo di quello che conosce” ha detto Calligarich. Secondo l'autore ogni storia ha la sua voce e non è importante cosa racconta, ma come lo racconta. “Quando si dice che non ci si riesce a staccare da un libro non è tanto la trama che ci avvince, è la voce dell'autore di cui si stente la mancanza”.


Che spesso sia il soggetto a dettar lo stile è anche opinione di Ian McEwan, che invece ha ricevuto il premio Bottari Lattes per la sezione La Quercia, quella dedicata alla carriera. Quindi, quando ha scritto il suo ultimo romanzo Nel guscio che è un omaggio a Shakespeare - la storia di un feto che si interroga sul mondo esterno un po' come noi ci interroghiamo sulla morte, come se fosse un aldilà - ha cercato di tenere la prosa il più vicino possibile al blank verse.

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