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È meglio cavalcare l’innovazione che discutere su Marx

di Gianfranco Fabi

2' di lettura

Gentile Fabi,

oggi è la festa del 1° Maggio con il tema del lavoro che, a parole, è in primo piano, ma nei fatti è uno degli elementi che rendono difficile la situazione sociale in Italia, in modo particolare al Sud. Andiamo anche verso il 5 maggio, quando si ricorderanno i 200 anni della nascita di Karl Marx e sembra quasi che ci sia una rivalutazione delle opere e del pensiero del filosofo ed economista. C’è chi sostiene che la crisi del capitalismo sia la dimostrazione della validità delle tesi dell’autore del Capitale. Eppure Marx avrebbe detto, di fronte alle prime esperienze dei partiti operai di non ritenersi un marxista. Ma era un comunista, e le esperienze del comunismo reale, cioè quelle che non sono rimaste dei pensieri filosofici, ma hanno fatto i conti con la realtà, hanno avuto effetti ben più drammatici delle attuali difficoltà del capitalismo. Non sarebbe ora di dimenticare Marx?

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Giorgio Morosini

Gentile Morosini,

la storia ha sempre qualcosa da insegnare, anche e forse soprattutto, per gli errori e le tragedie che la compongono. La sua domanda “dimenticare Marx” è certamente provocatoria. Il filosofo di Treviri resta una delle personalità che più hanno influenzato le vicende storiche degli ultimi due secoli e che, nel bene e nel male, merita di essere conosciuto e approfondito. Le analisi dell’opera di Marx occupano intere biblioteche. I più recenti volumi sono stati segnalati due giorni fa, nelle pagine del Sole 24 Ore Domenica, dove erano ospitati due interventi di Mario Ricciardi e Sebastiano Maffettone insieme a un interessante inedito presentato da David Bidussa.

Resta il fatto che sostanzialmente è stata smentita la profezia di Karl Marx secondo cui il capitalismo porta inevitabilmente all’impoverimento crescente delle classi lavoratrici e quindi all’esplosione rivoluzionaria delle contraddizioni sociali. Se è vero che, soprattutto negli ultimi anni, sono cresciute le disuguaglianze e la povertà è altrettanto vero che il sistema di libero mercato è stato ed è in grado di creare le risorse per attuare politiche efficaci di sostegno e redistribuzione. Ed è altrettanto vero che le esperienze delle realtà dove l’innovazione ha fatto i maggiori passi, pensiamo alla California o alla Germania, stanno dimostrando la validità di teorie di economisti, forse meno famosi di Marx, ma certamente più attuali come Simon Kuznets. Il premio Nobel del 1971, americano, ma nato in Bielorussia, ha teorizzato che nella prima fase dei processi di innovazione industriale le disuguaglianze tendono a crescere perché sono pochi coloro che riescono a gestire e controllare le novità tecnologiche. Ma in una seconda fase crescono le forze che spingono verso una diffusione più equa della ricchezza anche grazie all’aumento generalizzato della specializzazione della manodopera.

Il problema di oggi non è tanto quello di rivalutare o dimenticare Marx, ma è quello di attuare politiche educative e formative in grado di cavalcare l’innovazione. La nostra quarta rivoluzione industriale deve essere soprattutto la specializzazione delle persone nel dominare le macchine, le procedure, i metodi produttivi. Non sarà la rivoluzione a cui mirava Marx, ma può essere vissuta come una grande e positiva opportunità. Anche perché, non dimentichiamolo, saranno sempre più le macchine a svolgere i lavori più ripetitivi e pericolosi.

gianfranco.fabi@ilsole24ore.com

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