GIORNALISMO E POLiTICA

È morta Rossana Rossanda. Tra i fondatori del «manifesto»

Aveva 96 anni. L’annuncio dato dal quotidiano

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(Agf)

Aveva 96 anni. L’annuncio dato dal quotidiano


2' di lettura

È morta a Roma nella notte di sabato Rossana Rossanda. Giornalista, politica e scrittrice era stata nel 1969 tra i fondatori del «manifesto» di cui era stata direttrice e aveva lasciato definitivamente nel 2012 per discrepanze con la direzione. L’annuncio della sua morte è stato dato dal sito del «manifesto».

Nel Pci per 25 anni, poi la radiazione dal partito

Rossanda, che lo scorso 25 aprile era stata ricoverata per una crisi cardiaca, era nata a Pola nel 1924. Il padre, Luigi, era un notaio cresciuto in territorio austroungarico travolto da una grave crisi economica dopo il 1929. La famiglia si trasferì a Milano nel 1937 e qui Rossanda aderì alla Resistenza con il nome di “Miranda”. Allieva del filosofo Antonio Banfi (sposò il figlio Rodolfo dal quale si separò nei primi anni Sessanta), al termine della Seconda guerra mondiale e dopo la laurea in Lettere moderne all'Università Statale si iscrisse al Partito comunista. «Ho fatto la gavetta nel partito. Fino a quando nel 1956 entrai nella segreteria» raccontò in un’intervista. Fece parte della prima delegazione che andò in Urss (1949). Venne nominata da Palmiro Togliatti responsabile della politica culturale. Nel 1963 venne eletta per la prima volta alla Camera.

Con Luigi Pintor, Valentino Parlato, Lucio Magri e Luciana Castellina fondò il gruppo politico del Manifesto che diede vita alla rivista mensile (primo numero 23 giugno 1969) diventata poi quotidiano (28 aprile 1971). Per le posizioni assunte dal gruppo in contrasto con la linea maggioritaria del partito, in particolare sull'invasione sovietica della Cecoslovacchia, il Comitato centrale del Pci ne decretò la radiazione con Pintor e Aldo Natoli con l’accusa di «frazionismo». Rossanda aveva proseguito l’attività politica militando nel PdUP per il comunismo (1976-79).

Una ragazza del secolo scorso

Dopo essere stata direttrice del “manifesto”, Rossanda aveva continuato la riflessione e il dialogo sui movimenti operai e femministi dedicandosi soprattutto alla letteratura e al giornalismo e confermandosi come una delle intellettuali più autorevoli del nostro paese. Nel 2005 uscì per Einaudi la sua autobiografia La ragazza del secolo scorso (Einaudi). «Questo non è un libro di storia - scriveva nel volume che fu finalista al premio Strega -. È quel che mi rimanda la memoria quando colgo lo sguardo dubbioso di chi mi è attorno: perché sei stata comunista? perché dici di esserlo? che intendi? senza un partito, senza cariche, accanto a un giornale che non è più tuo? È una illusione cui ti aggrappi, per ostinazione, per ossificazione? (…) Comincio dall'interrogare me».

Aveva vissuto a lungo a Parigi con il compagno e poi marito K. S. Karol (vero nome Karol Kewes), dissidente polacco naturalizzato francese e giornalista tra i fondatori del Nouvel Observateur conosciuto nel 1964, suo coetaneo (era nato come lei nell’aprile del 1924) e scomparso nel 2014 dopo anni di malattia. A luglio del 2018 Rossanda aveva deciso di rientrare a Roma.

La rottura con il manifesto

Nel 2012 aveva interrotto la collaborazione con il manifesto con una lettera polemica. «Preso atto della indisponibilità al dialogo della direzione e della redazione del Manifesto - scriveva - non solo con me, ma con molti redattori che se ne sono doluti pubblicamente e con i circoli del Manifesto che ne hanno sempre sostenuto il finanziamento, ho smesso di collaborare al giornale cui nel 1969 abbiamo dato vita».

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