1942-2021

Sir Frank Williams: una leggenda lunga mezzo secolo

È morto all’età di 79 anni. La squadra da lui creata ha vinto 16 titoli mondiali tra il 1980 e il 1997, nove per i costruttori e sette per i piloti

di Alex D'Agosta

F1, è morto Frank Williams

4' di lettura

Dopo una lunga malattia, con tutta la famiglia vicina, è mancato Sir Frank Williams, uno delle personalità più iconiche e rispettate nell’universo del motorsport di tutti tempi. Da 35 anni in sedia a rotelle, le sue condizioni hanno iniziato a diventare sempre più serie a partire da una polmonite del 2016.

Per il circus è stato il “longest-serving team boss” nella storia della Formula 1. Per i piloti è stato un capo esperto e capace di ricercare sempre la perfezione. Per il pubblico è stato semplicemente una leggenda, come molti dei più grandi che hanno corso per lui in tanti decenni. Ben cinque, contandoli sin dagli esordi nella massima classe, considerando che, partita in Formula 2 e promossa in Formula 1 nel 1969, la scuderia che prima portava il suo nome al completo e dal 1977 al 2020 semplicemente “Williams”, ha visto la sua famiglia al timone sino a un paio d’anni fa, giusto in tempo per celebrare lo storico traguardo di 50 anni in questo sport, con la partecipazione a un totale di 739 gran premi.

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Tante vittorie

Tanti i piloti prestigiosi che hanno corso per la scuderia di Grove. Nove i titoli fra i costruttori e sette i titoli piloti: Alan Jones (1980), Keke Rosberg (1982), Nelson Piquet (1987), Nigel Mansell (1992), Alain Prost (1993), Damon Hill (1996) e Jacques Villenuve (1997). Nell’età d’oro della sua scuderia, riferendosi in particolare alle diciotto stagioni comprese fra il primo e l’ultimo dei mondiali piloti conquistati, si nota che non c’è mai stata intromissione della Ferrari. Scheckter aveva conquistato il titolo nel 1979, poi ancora un guizzo delle Brabham con Piquet, l’ultima di Lauda, l’epopea di Prost e Senna. Erano anni di una Formula 1 ancora molto “britannica”: gli ultimi di una lunga serie, terminata con un’alternanza fra McLaren e Williams. Cessata definitivamente con il quinquennio magico di Michael Schumacher a Maranello.

Frank Williams ha avuto tanti primati o numeri “pesanti” in questo sport da essere ricostruiti difficilmente. Un’esperienza che ha reso il suo team il più “elastico” e cosmopolita anche nella provenienza dei motori: si contano infatti dieci diverse motorizzazioni a Grove, come nessun altro: Ford, Honda, Judd, Renault, Mecachrome, Supertec, BMW, Cosworth, Toyota e Mercedes. Non tutte scelte azzeccate, ma d’altra parte essendo uno degli ultimi due team tradizionali di “assemblatori” nel circus, non ha potuto sempre avere la propulsione migliore per via di una forte concorrenza e un maggior potere politico di McLaren che, da tanto tempo ormai, ha “portato via” a Sir Frank i materiali migliori anche per ragioni di budget. Molti i dipendenti “tecnici” italiani che hanno negli anni amato servire Frank nel bellissimo villaggio dell’Oxfordshire: solo un pilota tricolore, Riccardo Patrese.

Addio a Frank Williams, leggenda della F1

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Ultime stagioni le più buie

Le vicissitudini motoristiche ed economiche hanno condizionato profondamente le sorti della squadra, negli anni ridimensionata da team vincente, a fucina di campioni a quasi fanalino di coda del mondiale. Il 2019 e il 2020 sono state infatti le stagioni più buie della loro storia dove, nonostante un pilota di grande talento come George Russell, i punti portati a casa sono stati solo uno nel 2019, grazie a un decimo di Kubica. In tutta la sua carriera Williams è sopravvissuto a infinite problematiche di ogni genere e specie che l’hanno reso un simbolo di resilienza e infaticabilità. Costretto sulla sedia a rotelle per una lesione spinale all’altezza del collo, occorsa mentre guidava troppo di fretta dal circuito Paul Ricard verso l’aeroporto di Nizza con una Ford Sierra presa a noleggio nel 1986: in quel momento aveva rischiato seriamente di morire, tanto che i dottori consigliavano di staccare la spina.

Con l’aiuto di sua moglie Virginia, una grande famiglia con tre figli e tanti affezionati dipendenti, da allora ha continuato a dedicarsi alle competizioni ma anche allo studio e promozione di soluzioni tecniche realmente efficaci per migliorare la sicurezza sulle strade. La morte non l’ha solo vista da vicino sulla sua pelle: è toccata, in gara, a due dei suoi piloti più significativi nella sua carriera. Agli inizi, il suo coetaneo Piers Courage. Anche lui nato nel 1942, come Sir Frank, Piers Courage, nel gran premio d’Olanda del 1970, ebbe uno degli incidenti più spaventosi nella storia di questo sport. Uscendo di strada e finendo in un terrapieno, costrinse i commissari a “sotterrare” l’auto intera, con il pilota al suo interno, pur di domare le fiamme.

La tragedia di Senna

Ventiquattro anni dopo, poi, la struggente perdita di Ayrton Senna a Imola. Una macchia, un caso chiuso a “denti stretti” che ha condizionato e offuscato per sempre la sua immagine e quella del cofondatore del team, Patrick Head, l’ingegnere forse più geniale di questo sport, almeno nel secolo scorso. E anche di Adrian Newey, tuttora genio e protagonista delle prestazioni di alto livello della Red Bull che, ancora quattro anni fa, ammetteva di «sentire una responsabilità, ma non la colpa, per la morte di Senna».

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