1924-2019

È morto Mugabe, l’antesignano di Mandela che divenne simbolo del disastro africano

Mugabe aveva guidato il suo Paese dal 1980 al 2017, quando fu spodestato da un colpo di Stato militare.

di Ugo Tramballi


Zimbabwe: morto l'ex presidente Mugabe a 95 anni

3' di lettura

In un'intervista ad Harare, a metà degli anni Novanta, Robert Mugabe passò quasi tutto il tempo a elogiare il modello economico maoista. Anche i cinesi avevano smesso di applicarlo: Deng Xiaoping già spiegava ai suoi cncittadini quanto fosse “glorioso arricchirsi”. Ma per Mugabe, Mao continuava a essere la via maestra per la liberazione dal capitalismo colonialista e il decollo economico dello Zimbabwe che, al contrario, precipitava sempre più nel sottosviluppo.

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La vita di Robert Mugabe, l'ex presidente dello Zimbabwe

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Non era sempre stato così. Ci fu una stagione politica, all'inizio degli anni Ottanta, nella quale Robert Gabriel Mugabe dell'etnia shona, nato in povertà il 21 febbraio 1924, aveva rappresentato un modello africano e globale di riconciliazione. Fu un antesignano di Nelson Mandela. I loro percorsi sono molto simili, fino a un certo punto.

Mugabe aveva frequentato l'Università di Fort Hare, nella provincia del Capo Orientale, in Sudafrica. Era dove gli inglesi contavano d'istruire una classe dirigente indigena che affiancasse il potere coloniale dei bianchi nella parte meridionale dell'Africa. Nacque invece una generazione di lotta a quel potere, determinata a prenderne il posto. Oltre a Mugabe della Rhodesia Meridionale (poi diventata Rhodesia e infine Zimbabwe) e a Kenneth Kaunda venuto dalla Rhodesia Settentrionale (poi Zambia liberato, del quale Kaunda sarebbe diventato presidente) Fort Hare aveva ospitato i padri della lotta all'apartheid sudafricano: Oliver Tambo e Nelson Mandela.

Per il suo attivismo politico, Mugabe prima finì in carcere poi fuggì in Mozambico. Per rientrare in Rhodesia in clandestinità, creare lo Zimbabwe African National Union, lo ZANU, e iniziare la lotta armata contro il governo bianco di Ian Smith, a Salsbury (oggi Harare). Furono anni sanguinosi che la mediazione britannica interruppe con un compromesso visionario, gli accordi di Lancaster House: libere elezioni, divisione dei poteri politici e niente espropri contro l'economia bianca, principalmente agricola.

Era il 1980. In quegli anni chi veniva ad Harare da Johannesburg, aveva la sensazione di uscire da Berlino Est e entrare a Berlino Ovest. La sera i pub del centro erano pieni di giovani neri, in giacca e cravatta, appena usciti dagli uffici: erano la nascente e fiduciosa borghesia del nuovo paese. In Sudafrica, sempre più reazionario e oscuro, Nelson Mandela era rinchiuso nella prigione di Robben Island ed era impensabile che potesse mai uscirne.

Mugabe era un africano più nazionalista che pan-africanista. Si professava marx-leninista ma i modelli economici che applicava erano molto moderati, quasi liberisti. Poi dichiarò di essere socialista, continuando ad usare quegli stessi modelli di sviluppo. Dal 1980, la nascita dello Zimbabwe, all'87, Mugabe fu solo premier: ma il leader del primo partito e del paese era lui. Fu nominato – o si nominò – presidente nel 1987 e qualche cosa aveva già incominciato a cambiare.

L'illusione era che lo Zimbabwe sarebbe stato il primo paese a smentire i tragici cliché dell'Africa che usciva dal colonialismo per sprofondare nel disastro economico e sociale, e negli scontri tribali. Invece nel 1985 lo shona Mugabe con il suo esercito sempre più personale, aveva normalizzato la provincia meridionale del Matabeleland, abitato dagli ndebele. Lo scontro era anche politico, contro Joshua Nkomo, leader dello ZAPU e principale oppositore. Ma l'elemento etnico fu primario: vennero uccisi 10mila ndebele.

Al potere ininterrottamente dal 1980 al 2017, Robert Mugabe fu il simbolo del disastro africano. Non quanto il Rwanda e il Congo. Ma in una specie di legge del contrappasso, la vicinanza del modello sudafricano di Nelson Mandela e della sua “Nazione arcobaleno”, rese ancora più drammatico il fallimento e la brutalità di Mugabe. Di fronte alle proteste interne e alle pressioni internazionali, il presidente pensò di perpetuare la sua presenza, candidando la moglie Grace di 41 anni più giovane.

Solo un colpo di palazzo lo poteva esautorare e dopo 37 anni di potere, quel golpe non poteva risolvere il dramma dello Zimbabwe. A farlo dimettere fu il suo vice, Emmerson Mnangagwa che, come Mugabe, perseguita gli oppositori e mantiene lo Zimbabwe nel suo perpetuo disastro economico.

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