analisila decisione della consulta

È il nuovo «status quo», differenze Camera-Senato difficili da cambiare

di Roberto D'Alimonte

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(Imagoeconomica)

4' di lettura

E adesso come si riuscirà a dare un governo al paese? Ovviamente, dopo le prossime elezioni che a questo punto potrebbero svolgersi prima della scadenza naturale, e cioè primavera 2018. La decisione della Consulta ha definitivamente cancellato l’Italicum e ha cristallizzato un nuovo status quo che sarà difficile modificare. Con l’abolizione del ballottaggio i sistemi elettorali delle due camere sono diventati abbastanza simili da rendere possibile il ricorso alle urne in tempi brevi. Restano - è vero - delle differenze importanti ma non sono tali da rappresentare un ostacolo insormontabile. Sono quattro. La prima è il premio di maggioranza che resta alla Camera, ma non c’è al Senato. La seconda sono le soglie. Per avere seggi alla Camera basta il 3% di voti a livello nazionale. Al Senato le liste singole devono prendere l’8%. Alle liste in coalizione basta il 3%, a condizione però che la coalizione arrivi al 20%. Tutte soglie – si badi bene - a livello regionale. La terza è la possibilità che si formino coalizioni al Senato (per far scattare lo sconto sulla soglia), mentre alla Camera il premio può andare solo a una lista. La quarta sono i capilista bloccati alla Camera, mentre al Senato tutti i senatori saranno eletti con il voto di preferenza. Dal punto di vista della competizione elettorale e dei suoi possibili esiti contano le prime tre. La quarta incide sul processo di selezione dei parlamentari e sul potere dei segretari di partito.

Il fatto che il premio di maggioranza della Camera sia sopravvissuto ai tagli della Corte è un bene. Senza premio si sarebbe ripristinato un sistema di voto del tutto proporzionale. Il premio però non avrà effetti immediati in fatto di governabilità. Infatti è improbabile che una lista – si badi bene non una coalizione di liste - possa arrivare al 40% alle prossime elezioni. Se così sarà, i seggi verranno distribuiti proporzionalmente tra tutti i partiti con il 3% dei voti. Quindi l’esito del voto sarà proporzionale. Quindi sarà complicato fare un governo. Però, la presenza del premio impone ai partiti di provare a vincere, o almeno a far finta di provarci. Questo non è un problema per Renzi. Anzi per il leader del Pd la sopravvivenza del premio (e quella dei capilista bloccati) è un vantaggio perché il sistema mantiene un elemento maggioritario. Non è nemmeno un problema per Grillo perché il M5s non fa comunque alleanze. È un problema invece per il centro-destra e in particolare per Berlusconi, che si può consolare con i capilista bloccati.

Con il premio se corri da solo - e hai soltanto il 15% dei voti - sei un perdente sicuro, nel senso che non puoi aspirare alla vittoria. Non è un ruolo che si addice al cavaliere. Inoltre essere percepito come un attore marginale può far perdere dei voti a favore di chi invece è visto come un protagonista credibile nella corsa al premio. Si chiama voto utile. Ma correre per vincere - o anche solo far finta di correre per vincere - richiede che si facciano alleanze pre-elettorali. E con chi le fa il cavaliere? Con Renzi? Con il leader del Pd, Berlusconi vuole sì allearsi ma dopo il voto, non prima. E in ogni caso è impensabile che Forza Italia entri dentro un listone targato Pd. Perché proprio questo dovrebbe fare, non essendo previsto alla Camera che il premio possa essere assegnato a una coalizione. E allora cosa fa il cavaliere? Fa una lista comune con i suoi vecchi sodali e cioè Lega Nord e Fratelli d’Italia? Anche questa è una strada difficile da percorrere oggi. Nelle condizioni attuali l’ideale per Berlusconi sarebbe un sistema proporzionale senza premio, come quello del Senato. Ma la Corte non gli ha fatto questo piacere. Nelle prossime settimane si vedrà se glielo farà Renzi. Il segretario del Pd ha bisogno di un sistema con una componente maggioritaria come il premio, ma potrebbe avere anche bisogno di Forza Italia per fare un governo dopo il voto. Situazione complessa.

Premio e soglie complicano le scelte dei partiti, ma non semplificheranno il processo di formazione del futuro governo. Purtroppo l’esito più probabile è l’instabilità. Come detto, il premio difficilmente scatterà alle prossime elezioni perché nessuno arriverà al 40% dei voti. Ma se anche questo succedesse, resta il fatto che al Senato il premio non c’è. Quindi per arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi in questa camera bisognerà contare sulle proprie forze. Con un caveat, però. Al Senato le coalizioni si possono fare. Qui ogni partito disposto a fare alleanze può presentarsi con il proprio simbolo e una propria lista di candidati, come ai tempi del famigerato porcellum. Ma è plausibile che ci sia una coalizione in grado di arrivare al 50% dei seggi? Sulla carta la risposta è no. Però, al Senato ai partiti o alle coalizioni maggiori un aiutino potrebbe venire dalla presenza di una elevata quota di voti dispersi, cioè voti dati ai partiti che non riusciranno a superare nelle varie regioni le soglie per ottenere seggi. Più sono i voti dispersi più sono i seggi aggiuntivi che vanno ai partiti o alle coalizioni maggiori e quindi più alta è la probabilità che qualcuno possa arrivare al 50% dei seggi. A priori è difficile calcolare la quota di voto disperso. Dipenderà da come decideranno di presentarsi i partiti e da come si comporteranno nelle urne gli elettori.

In conclusione, dopo la decisione della Corte – ma in realtà è più corretto dire dopo il fallimento della riforma costituzionale - sarà molto difficile dare un governo stabile al paese. Questa è una certezza. Un’altra certezza è che sarà un governo di coalizione. Una quasi certezza è che ne farà parte Forza Italia, anche se c’è chi si illude che possa bastare il Ncd di Alfano per fare maggioranza con il Pd. In ogni caso resta in piedi il rischio che con un sistema elettorale come quello annunciato ieri la somma dei seggi di M5s, Lega Nord e Fratelli d’Italia superi il 50%. In questo caso che si fa?

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