Analisi

È opportuno sfilare in tempi di guerra? Ecco perché sì: non bisogna fermare le aziende, l’economia (e la vita)

La Russia ha attaccato l’Ucraina nel secondo giorno della settimana della moda di Milano e da allora la domanda serpeggia tra operatori e osservatori. Armani ha scelto uno show in silenzio, a Parigi si invoca una generica sobrietà e solennità

di Chiara Beghelli e Giulia Crivelli

6' di lettura

Silenzio, solennità: il primo è stato scelto da Giorgio Armani come colonna sonora alternativa della sua sfilata a Milano, domenica 27 marzo (foto in alto). Alla seconda sono stati invitati i partecipanti della settimana della moda in corso a Parigi da Ralph Toledano, presidente della Camera della moda francese. Una scelta di sobrietà per cercare di rendere compatibili i giorni delle sfilate con quelli della guerra in Ucraina. Secondo alcuni la moda non ha fatto abbastanza. Anzi: non avrebbe dovuto fare nulla, che vuol dire rivedere, rimandare, cancellare show troppo scintillanti e frivoli per questi giorni così tragici e preoccupati. La moda non si interessa delle sorti del mondo – secondo questa linea di pensiero – concentrata come è sulle sue logiche commerciali e a non offendere mercati importanti, l'opinione di altri.

Una coincidenza imprevedibile

Le sfilate di Milano sono iniziate due giorni prima dell'attacco russo in Ucraina, avvenuto nella notte tra mercoledì 23 e giovedì 24 febbraio, quelle di Parigi nel sesto giorno di guerra e dell’appello di aiuto del presidente ucraino Wlodomir Zelensky al Parlamento Europeo. I calendari erano fissati da settimane, da ben prima che i missili russi si abbattessero sul suolo ucraino. Le sfilate sono eventi che richiedono mesi di lavoro, importanti investimenti, e sono l'esito che dura appena 15 minuti di mesi di lavoro di centinaia di persone, di aziende, di filiere, che soprattutto in Italia e Francia danno vita a ogni piccolo elemento indossato in passerella.

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I dati “dietro” alle settimane della moda

Nel 2019 il sistema moda italiano valeva 90 miliardi di euro, quello francese 145. Sono industrie cruciali per le economie dei due Paesi, danno lavoro a centinaia di migliaia di persone, non solo nelle grandi città, ma anche in piccole località. Far tacere le sfilate avrebbe significato far tacere tutto questo. Non solo: in Italia e Francia, cuore dell'Europa, la moda è anche una storia raccontata al mondo, la bellezza che si fa valore, non solo economico, che si fa manifesto, e come tale pronta a parlare universalmente, travalicando ostacoli linguistici e culturali. Un potentissimo soft power che si alimenta di cultura, storia, imprenditoria, arte.

Il peso della Russia per il sistema moda

La Russia è un mercato importante per la moda italiana, è vero, anche se dal 2014 ha perso molto peso. In queste settimane molti marchi stavano per aprire nuovi negozi nelle sue città, altri avevano puntato su quel mercato con budget importanti. Non solo marchi globali, ma anche imprese di media entità, dunque l'identikit della maggior parte di quelle del sistema moda italiano, pronte a scommettere su un mercato finalmente maturo e in cerca della qualità e della ricerca made in Italy ben oltre il bling bling di un celebre logo. Dopo due anni di pandemia e restrizioni, le sfilate di questa stagione erano pronte a ripartire come interpreti di quell'energia della creatività, del gusto per la vita e la bellezza, persino per la spensieratezza, che il Covid aveva portato via. Molti piani sono stati rivisti, le sfilate non hanno fatto in tempo a fare tutte silenzio, o a trasformarsi in eventi solenni. In ogni caso, avrebbero dovuto farlo? La settimana della moda di Parigi, che prende il via mentre gli attacchi russi in Ucraina si intensificano, vivrà giorni ancor più complessi da decifrare di quanto non abbia fatto Milano. Molte cose dipenderanno da quanto la guerra durerà e dalle conseguenze che lascerà. E forse a quel punto la moda dovrà confrontarsi e interpretare un nuovo mondo.

La terza via della moda e le differenze con lo sport

Tra fare finta di niente e cancellare tutto esiste una terza via, forse, almeno per la moda: l'ha indicata Giorgio Armani, sfilando in silenzio e Ralph Toledano, come detto all’inizio. La moda non si sottrae alla condanna della guerra di Putin all'Ucraina per motivi economici o perché vuole voltarsi dall'altra parte. È quasi impossibile trovare persone che non condannino l'orrore di una guerra combattuta con armi convenzionali come quella in Ucraina. Ma se bastasse cancellare eventi di Paesi che hanno la fortuna di vivere in pace per porre fine ai conflitti, dovremmo annullare ogni competizione sportiva e persino ogni festa di quartiere, persino ogni festa di compleanno. Lo sport, ad esempio, ha scelto una strada a dir poco discutibile, con federazioni e persino il Cio che ha deciso di escludere squadre e atleti russi dalle competizioni internazionali. Esempi simili si trovano persino nel mondo della cultura: a Milano il sindaco ha chiesto a un direttore d'orchestra russo da sempre amico di Putin (sic) di condannare pubblicamente il presidente del suo Paese, pena l'esclusione dal teatro d'opera più famoso al mondo, la Scala. Ci pare molto più saggio (quanto andrebbe rivalutato questo aggettivo) l'atteggiamento di Armani e Toledano. O quello di campioni dello sport che condannano la guerra perché è quanto di più antisportivo si possa immaginare. La sopraffazione di chi si crede forte ai danni del più debole, l'assenza di rispetto e accettazione del confronto costruttivo, della competizione sana, come dovrebbe essere sempre quella sportiva.

La moda come specchio della società

La moda non è solo un sistema economico, lo ripetiamo. È soprattutto un inno alla vita, un modo per far emergere la creatività delle persone che la inventano e di quelle che la “usano”, vestendosi e accessoriandosi, per esprimere la propria personalità. Chi scrive ama profondamente ogni creatura animale, ma dobbiamo ammettere: gli animali non sanno cosa voglia dire scegliere cosa indossare, né si sfidano per puro piacere “sportivo”. La moda e lo sport sono, per vie diverse e forse complementari, delle celebrazioni della vita, della vita umana, in particolare. Ben venga la sobrietà, l'assenza di ogni luce o suono superfluo, perché la guerra in Ucraina non va rimossa. E chi vuole o può si impegni concretamente fuori dalle sfilate e dagli stadi di calcio. Si possono mandare aiuti, si potranno accogliere profughi, si potrà scendere in piazza per far sentire la propria voce (Otb ha appena annunciato un’iniziativa con l’Unhcr). Ma cancellare una sfilata o impedire a una squadra di giocare o a un'artista di esibirsi non ci pare un'opzione auspicabile né utile, se non in tempi brevissimi, accelerati, come sono quelli dettati dai social media.

Una guerra che nessuno può ignorare

Il conflitto tra Russia e Ucraina non è la terza guerra mondiale. Almeno non quella che a partire dal 1945 in poi abbiamo ipotizzato immaginato potesse essere la terza guerra mondiale, un conflitto combattuto con armi nucleari e che per tutto il secolo scorso è stato evitato grazie alla reciproca deterrenza, in particolare tra Stati Uniti ed ex Urss nei decenni della “guerra fredda”. Forse l'abbiamo evitato, un conflitto nucleare, tenendo a mente le immagini di Hiroshima e Nagasaki e la profezia di Albert Einstein, che pare abbia detto: “Non so come sarà combattuta la terza guerra mondiale, so come sarà combattuta la quarta, con le clave, visto che le armi nucleari quasi certamente distruggerebbero la vita sul pianeta come la conosciamo”. Ma a guardare la stampa internazionale, i mass media e naturalmente i social media, quella tra Russia e Ucraina è una guerra globale, nel senso che se ne parla in tutti i Paesi, a tutti i livelli e in modi sconosciuti finora. Più che una guerra globale è una guerra con un'esposizione globale che supera e di gran lunga quella dell'11 settembre e della successiva guerra lanciata contro l'Afghanistan nello stesso anno e, di fatto, tuttora in corso. Ed è anche la prima guerra che ha – in tempo reale – effetti economici e finanziari globalizzati. È forse anche per questo che sono nati tanti dubbi su come “reagire” al conflitto, persino nella moda.

Conciliare mondi diversi, pace e guerra

L’aspetto di (apparente) conoscenza di ciò che avviene in Ucraina, all’epoca dell’informazione digitale, è importante. È lecito comportarsi secondo i principi “business as usual” e “the show must go on” in un'epoca in cui mentre si tiene in mano lo smartphone per postare un selfie dalla sfilata o un minivideo dalla presentazione, si può vedere una foto di un soldato morto o di una donna o di un bambino o di un anziano ucciso dalle bombe o dalle munizioni del nemico? Occorre però allargare la riflessione: cancellare eventi, di qualunque tipo, in nome delle tragedie umane che avvengono in luoghi vicini e lontani è una scelta che – per avere davvero senso – dovrebbe essere fatta più spesso. Anzi, per paradosso e tenendo conto delle tragedie umane in corso sul nostro pianeta proprio in questi giorni, ogni evento dovrebbe essere cancellato, sapendo che in Yemen e Afghanistan le persone di ogni età e in particolare bambini e anziani, muoiono di fame, sete e freddo, ammesso che riescano a evitare le bome antiuomo lasciate da decenni di guerra. E che dire dei bombardamenti in corso in Siria? E delle guerre fratricide tra Etiopia e Eritrea e in tanti altri Paesi africani? E delle stragi dei narcotrafficanti in Messico? E della tratta di esseri umani tra continenti?


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