Ricerca e merito

È ora di cambiare le regole che governano i concorsi universitari

In Italia gli atenei aggirano le norme perché gli attuali meccanismi di selezione sono congegnati in modo sbagliato

di Dario Braga

(Adobe Stock)

4' di lettura

Uno dei tanti aspetti positivi dell’assegnazione del Premio Nobel a Giorgio Parisi è che, per qualche giorno, si è parlato di ricerca e di università in maniera buona e non per qualche concorso sotto inchiesta. Il tema tuttavia è sempre lì: il paradosso dei concorsi universitari. Perché paradosso? Cerco di spiegarmi con qualche esempio.

Nessuno si stupisce se un direttore di orchestra annuncia la ricerca di un contrabbasso e lo fa specificando bene quali sono i repertori tradizionali della sua orchestra. Non penserebbe mai a un annuncio di ricerca generico per un “orchestrale” e nemmeno vorrebbe che per il suo repertorio di musica classica si presentasse qualcuno che ha fatto solo esperienza in una banda jazz. Meglio essere chiari su che competenza serve.

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Analogamente, nessuno si stupisce se, per sostituire un cardiologo esperto in ecografie, la direzione dell’ospedale bandisce un posto definendo molto bene il profilo del cardiologo richiesto, anche se nello stesso reparto ci sono altri cardiologi molto bravi, ma che non fanno ecografie.

Ci si stupirebbe invece se l’allenatore di una squadra di calcio chiedesse ai suoi dirigenti un generico “calciatore” se quel che manca alla sua squadra è un terzino. E potrei proseguire. Se si cerca un pizzaiolo, può andar bene un annuncio per un cuoco? Per guidare uno scuolabus posso cercare un generico autista? Un pur ottimo laureato in legge può andare bene per una banca che cerca un esperto di diritto fallimentare? Domande retoriche perché tutto questo è senso comune. Non c’è professione, non c’è ambiente di lavoro, dove non sia perfettamente compresa l’importanza dell’aderenza del curriculum vitae, delle esperienze acquisite e anche dei desideri del singolo candidato da selezionare alle necessità e alle prospettive del posto che si vuole coprire. È normale. Non potrebbe essere che così. Giusto?

All’università no. All’università non si può scegliere sulla base del “profilo” del candidato richiesto. Non si può dire, e tantomeno scrivere, che quel candidato è stato scelto per l’aderenza al profilo professionale richiesto dal Dipartimento dove il neo assunto andrà a insegnare e a fare ricerca. Non si può e non si deve. L’assunzione (o la promozione) deve avvenire a seguito di un processo di selezione il più ampio possibile e sulla base di una serie di criteri quantitativi predefiniti con precisione. E se il candidato migliore è esperto in temi che non interessano il Dipartimento che bandisce? Oppure ci sono già troppi studiosi del suo tema di ricerca? Oppure mancano attrezzature indispensabili per le ricerche che dovrebbe portare avanti? Come si fa? Prendo una violinista per suonare il contrabbasso, o un cardiochirurgo invece di un ecografista, o un portiere invece di un terzino? Cosa c’è di così difficile da comprendere?

A questo punto qualcuno starà pensando: «Ecco un altro che vuole abolire i concorsi universitari. Ma non sa che è la Costituzione della Repubblica che impone che l’accesso a una qualsiasi posizione pubblica avvenga mediante concorso?». Certo che lo so, infatti il problema non è il concorso. Non c’è alcun bisogno di abolirlo. Non c’è bisogno di modificare la Costituzione e nemmeno – come temono alcuni – di “privatizzare” l’Università.

Anche in altri Paesi europei, dove le università sono pubbliche, si assume a seguito di call pubbliche, e spesso si procede con selezioni internazionali con l’apporto di valutatori esperti di altri Paesi.

La differenza sta nel fatto che “da noi” – ed ecco il paradosso – si pretende che il concorso sia sordo e cieco e che la commissione esegua esclusivamente una funzione notarile, anzi ragionieristica, costruendo graduatorie di candidati, assegnando punteggi specifici a ogni voce curriculare richiesta dal bando (numero di pubblicazioni, anni di insegnamento, se si è o meno titolari di corso, numero di convegni, numeri di progetti vinti ecc.) e basta.

Guai a verificare il profilo del candidato: nessun riferimento deve essere fatto alla aderenza o meno dei candidati al profilo definito nel bando, pena il ricorso, o la denuncia. Il fatto che, ciononostante, tanti ottimi ricercatori e studiosi operino nei nostri atenei, dimostra solo che il sistema costringe a trovare altre strade. Un paradosso, appunto.

Tanto più paradossale perché il principio del “concorso senza se e senza ma”, incluso il meccanismo perverso della graduatoria, lungi dal prevenire malversazioni, clientele e favoritismi (che ci sono) ne garantisce, a tutti gli effetti pratici, lo scudo formale. Impedisce cioè, anzi proibisce, che la commissione faccia le sue scelte, “mettendoci la faccia”. Impedisce che i commissari dichiarino al Dipartimento che ha bandito il posto: «Secondo noi – sulla base della nostra esperienza di peer – il prof. X ha il Cv e le competenze di ricerca e di insegnamento che meglio rispondono al profilo del candidato delineato nel bando e offre, quindi, maggiori garanzie per il raggiungimento degli obiettivi strategici del Dipartimento». Il “metterci la faccia” attiva una catena di responsabilità accademiche (e non giudiziarie): la scelta alla luce del sole costringe a esporsi e avvia un sistema di controllo basato non più sul “potere accademico” ma sulla “reputazione accademica” di chi opera le scelte. Tanto più efficace se l’operato di quella commissione potrà essere giudicato, a sua volta, nel tempo.

Nel resto del mondo è così. Qui no. Perché? Da dove vengono le “anomalie”? Perché per scegliere e promuovere medici, filosofi, scienziati, storici, giuristi, ingegneri universitari non si può fare come nel resto degli ambienti professionali in Italia e all’estero? Domanda difficile. Una parte del problema nasce, a mio avviso, dall’aver sempre trattato i concorsi universitari alla stregua di concorsi per la scuola dove assunzioni e spostamenti sono determinati da punteggi e non da specifiche competenze (e anche su questo si dovrebbe riflettere) e dove si può pensare (e non è detto che sia giusto) che un professore di chimica, o di storia, o di inglese possa insegnare la stessa materia più o meno in qualsiasi scuola, dimenticando che all’università si fa ricerca e si insegna. La persistente assimilazione scuola-università forse spiega come mai il profilo scientifico e la competenza specifica in un settore non riesca a entrare come criterio di selezione e non possa essere esplicitamente usato, se non per l’aderenza a parametri numerici, per arruolare e promuovere. Ma l’Università – grazie al cielo – è tornata ad avere un ministero tutto suo, separato da quello della pubblica istruzione. Forse si può fare qualche passo avanti ora che tutti si stanno preoccupando di come rimodernare l’Italia.

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