FINE DEL LIBERALISMO?

Putin sbaglia, ma è ora che le élite rompano l’assedio anti-liberale

Parlare, come fa Vladimir Putin, dell’«obsolescenza dell’idea liberale» è prematuro. A patto che società civile, sistema accademico, informazione e sistemi di rappresentanza degli interessi escano allo scoperto

di Salvatore Carrubba


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3' di lettura


Secondo Freedom House, il centro studi indipendente americano che pubblica ogni anno il rapporto sullo stato della libertà nel mondo, la Russia è un Paese “non libero”: ha un punteggio di 20 punti su 100 (valore massimo) quanto a indice generale di libertà; 6,5 su 7 (valore minimo) quanto a libertà individuale; 7 quanto a diritti politici; 6 quanto a libertà civili. Ugualmente, si pone nel gruppo dei Paesi meno liberi riguardo alla libertà d'informazione.

Come meravigliarsi, allora, che il suo leader, Vladimir Putin, abbia proclamato l’«obsolescenza dell’idea liberale», nell’ormai celebre intervista rilasciata venerdì scorso al direttore del Financial Times? La meraviglia sarebbe stata se Putin avesse ipocritamente proclamato la sua adesione ai valori della democrazia liberale, come una volta usavano fare anche i tiranni, per mantenere una rispettabilità. Quanto meno, viva la franchezza.

Se mai, c’è da stupirsi (e da preoccuparsi) per la generalizzata indifferenza che le parole di Putin hanno suscitato, e per il malcelato, quando non entusiasta, consenso di cui sulla Rete sono sparpagliate tante testimonianze.

Probabilmente, sui filo-putiniani d’Occidente fa presa l’argomento secondo il quale il liberalismo (così sostiene il presidente russo) si sarebbe rivelato prevaricatore, andrebbe contro «gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione» e si rivelerebbe impotente e paralizzato rispetto a problemi come quello dell’immigrazione: «L’idea liberale presuppone che non si possa far nulla. Che gli immigrati possano uccidere, rapinare e violentare impunemente perché i loro diritti come immigrati devono essere tutelati». Forse Putin non sa che, per esempio, in Italia oltre un terzo dei detenuti sono stranieri.

Ma a Putin e ai sostenitori della “democrazia illiberale” i fatti non interessano: l’importante è soffiare sui pregiudizi e sulle percezioni che si rivelano regolarmente gonfiate rispetto alla verità effettuale. Non a caso, è stata proprio la Russia a inaugurare una inedita pratica di manipolazione delle opinioni pubbliche a fini elettorali (un’accusa che Putin puntualmente respinge nell’intervista).

E questo spiega perché la notizia della morte dell’idea liberale è «fortemente esagerata», per dirla con Mark Twain. Il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha già usato parole ferme ed efficaci («chiunque affermi che la democrazia liberale è obsoleta, afferma anche che le libertà, lo stato di diritto e i diritti umani sono obsoleti»). Occorre però fare lo sforzo di capire non tanto perché gli autocrati siano illiberali, ma perché il messaggio di questi ultimi risulti così seducente alle orecchie dei cittadini di democrazie consolidate.

L’argomento della presunta impotenza e paralisi dell’idea liberale è di quelli che possono far presa: a condizione, però, che i fatti siano deformati, l’informazione cloroformizzata e i processi politici brutalmente semplificati. L’arbitrio certamente garantisce decisioni rapide; che queste siano anche giustificate, trasparenti, efficienti e coerenti con gli interessi generali è tutto da dimostrare, anzi è da escludere. Del resto, gli unici successi che Putin può vantare sono quelli relativi al rinnovato protagonismo del proprio Paese sulla scena internazionale, non certo sul miglioramento dell’economia russa e sulle condizioni generali della popolazione (i russi «si sentono con l’acqua alla gola», ricordano a Putin i suoi intervistatori).

Perciò, accusare di prevaricazione il sistema liberale è quasi provocatorio, come fa Putin nell’intervista, con sufficienza e sarcasmo: tra tutti i sistemi politici, è proprio la democrazia liberale che consente un discorso permanente sugli obiettivi da raggiungere insieme. Che questo discorso si faccia sempre più difficile, è un fatto; e sul tema esiste ormai una letteratura sterminata, a riprova, quanto meno, del fatto che i liberali sono tutt’altro che inconsapevoli delle difficoltà che devono affrontare. La scommessa di Putin, di Orban e dei loro seguaci è che questa difficoltà si riveli insuperabile, e conduca allo stallo le società democratico-liberali, travolgendo la credibilità delle élite accusate di essersi rinchiuse nella fortezza Bastiani di un liberalismo astratto e inconcludente. Tocca a queste ultime (cioè a società civile, sistema accademico, informazione, sistemi di rappresentanza degli interessi) rompere l’assedio e dimostrare che il modello vincente non è necessariamente quello di Pietro il Grande.

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