una nuova politica estera

È ora che l’Italia faccia sentire la propria voce

di Valerio Castronovo

3' di lettura

Tranne per alcuni eventi eccezionali, scarsa è, in genere, l’attenzione dedicata dalla nostra classe dirigente alla politica estera. Lo si è spiegato adducendo, per lo più, il fatto che a dettare la linea delle relazioni internazionali di un Paese di frontiera come l’Italia è stata in pratica, per lungo tempo, la Nato (sotto la regia degli Stati Uniti) e, poi, l’Unione europea (col suo “stato maggiore” franco-tedesco).

A ogni modo, è evidente la distanza che separa tuttora l’impegno concreto dell’Italia all’estero, sia nell’azione dei nostri rappresentanti che nelle missioni internazionali, e l’atteggiamento tra distratto e svogliato di gran parte del ceto politico e dell’opinione pubblica nei riguardi di determinati obiettivi tracciati dalla nostra diplomazia o perseguiti su mandato dell’Alleanza Atlantica, della Ue o dell’Onu.

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Di fatto è folto il numero delle operazioni internazionali a vario titolo, a cui partecipiamo o di cui siamo a capo, in quanto sono 36, con un personale di quasi 7.500 unità, fra militari e civili, dislocati in svariate contrade del mondo e talora da parecchi anni. Avrebbe quindi dovuto occupare un posto di rilievo nell’agenda dei governi susseguitisi nelle diverse legislature un esame di merito puntuale ed esauriente delle differenti esperienze e dei risultati conseguiti in ognuna di esse. E ciò al fine di stabilire dove concentrare meglio, di volta in volta, iniziative ed energie, a seconda di certe priorità geostrategiche e delle risorse disponibili.

Attualmente sono 24 i Paesi in cui sono presenti i nostri connazionali, incaricati di compiti militari o civili, e quelli che ne ospitano di più sono alcune “zone calde” endemiche, giacché si tratta di Libano, Iraq e Afghanistan. Ma anche la Somalia lo è e così pure Gibuti, dove è insediato un nostro contingente militare. Inoltre mezzo migliaio di soldati sono ancora di stanza nel Kosovo, a più di vent’anni dal giugno 1999 quando (mentre infuriava il conflitto fra serbi e albanesi) vi giunsero i primi nostri battaglioni sotto le insegne della Nato.

Negli ultimi tempi è andata crescendo l’attività di presidio della nostra Marina militare nell’area del Mediterraneo, in coincidenza con l’insediamento di 400 militari in Libia, e alcuni nostri reparti speciali sono intervenuti pure in Mali e nel Niger a supporto delle forze francesi e delle autorità locali, alle prese con la guerriglia islamista di Boko Haram e gli attacchi di altri gruppi terroristici.

Oggi, come sappiamo, si sta infine delineando una profonda svolta politica, grazie all’istituzione del Recovery Fund e all’incipiente ricucitura dei rapporti transatlantici con la presidenza di Joe Biden alla Casa Bianca. C’è perciò da augurarsi che si proceda a una ridefinizione delle direttrici e dei congegni riguardanti la politica estera e della sicurezza nell’ambito del sistema democratico internazionale in modo che risultino più interdipendenti e correlati alle specifiche attitudini e competenze dei singoli Paesi euro-occidentali. Di conseguenza, dovrebbe infine decollare il progetto, patrocinato dal presidente francese Emmanuel Macron e adesso condiviso dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, per la creazione di un esercito autonomo europeo, di pronto intervento, affiancato alle forze armate della Nato.

Per l’Italia, impegnata da lungo tempo in importanti missioni internazionali di peacekeeping e di normalizzazione civile, e ora con Mario Draghi a capo del nuovo governo, è venuto il momento non solo di far parte in pieno del gruppo di testa strategico della Ue, accanto a Francia e Germania, ma di svolgere un ruolo più incisivo nel sostegno dei suoi legittimi interessi nazionali. Che, del resto, da quanto è emerso dal discorso del 17 febbraio in Senato del presidente del Consiglio, sono reciprocamente funzionali alle esigenze dell’Italia e alla causa dell’Unione europea, poiché concernono sia la stabilizzazione dei Balcani e della Libia che la messa in sicurezza del “Mediterraneo allargato” (comprendente anche un effettivo impegno comune nell’accoglienza dei profughi), oltre a una maggior presenza in Africa negli investimenti nevralgici (dalle infrastrutture al lavoro, alla cooperazione).

Certo, bisognerà intanto dar prova, rispetto al passato, di una maggior chiarezza e determinazione nelle nostre relazioni con la Cina e la Russia, denunciando pertanto, senza alcun genere di omissione e di ambiguità, sia le violazioni dei diritti umani e di quelli civili sia certi vistosi abusi e casi di dumping nelle competizioni economiche. E ciò vale anche per quanto riguarda i rapporti con la Turchia di Erdogan e i miraggi espansionistici della sua politica neo-ottomana, e con l’Egitto di Al-Sisi e il suo regime autoritario e avulso dal rispetto dello Stato di diritto.

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