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E ora come verrà riscritto il Recovery Plan? Resta da risolvere la questione centrale della governance

Il timore che si sta diffondendo a Bruxelles è che in assenza di un governo dotato di una solida maggioranza politica e parlamentare, una volta ottenuta entro giugno la prima tranche delle risorse assegnate all’Italia (è una sorta di “anticipo” pari a circa 27 miliardi), non si sia in grado di procedere agli step successivi

di Dino Pesole

Il vice presidente esecutivo della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis (foto Reuters)

3' di lettura

Una “struttura di monitoraggio” andrà comunque messa in piedi. «Ce lo chiede l’Europa», ha osservato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte nel corso della sua replica al Senato prima del voto di fiducia al Governo, che si è concluso con una maggioranza numerica (156 voti a favore) ma non nella maggioranza assoluta (161 voti).
Il riferimento è alla questione della “governance” del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, di quale struttura in sostanza dovrà avvalersi il Governo nella definizione del programma di riforme e investimenti da presentare a Bruxelles entro aprile.

Nell’ultima bozza del Piano il tema della governance non è espressamente evocato, e non a caso poiché si tratta di una questione sulla quale maggiormente si è consumato lo strappo con Italia Viva almeno nella prima fase di definizione del Recovery Plan. Ora occorre recuperare in fretta il tempo perduto, aggiornare il Piano (ritenuto peraltro ancora incompleto e generico su diversi punti dalla stessa Commissione Ue), indicare quale struttura di coordinamento dovrà gestire l’intera operazione e poi procedere alla definizione dei singoli progetti e del programma di riforme. Il tutto entro aprile.

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Cresce la preoccupazione a Bruxelles

Il timore che si sta diffondendo a Bruxelles è che in assenza di un governo dotato di una solida maggioranza politica e parlamentare, una volta ottenuta entro giugno la prima tranche delle risorse assegnate al nostro Paese (è una sorta di “anticipo” pari a circa 27 miliardi), non si sia in grado di procedere agli step successivi. Un problema non da poco perché l’emissione di bond da parte della Commissione per finanziare sul mercato i 750 miliardi del Next Generation EU è strettamente connessa al pieno rispetto da parte di tutti i paesi europei del cronoprogramma fissato già nelle linee guida dello scorso settembre, e nel testo dell’accordo raggiunto in sede di Consiglio europeo lo scorso 10 dicembre. In questa direzione va quanto affermato dal vice presidente esecutivo della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis: «Ci auguriamo che l’instabilità politica in Italia non ostacoli il Recovery Plan». In poche parole, l’eventuale e assai poco auspicabile fallimento dell’Italia nel mettere a punto e realizzare il piano di riforme e investimenti necessario per accedere ai fondi europei da qui al 2026 potrebbe tradursi, con un effetto a valanga, nel fallimento dell’intera operazione. Un rischio che non si può in alcun modo correre.

Il nuovo Piano di ripresa e resilienza va presentato entro febbraio

Il tempo stringe, poiché a Bruxelles i singoli (e a quel punto definitivi) piani nazionali sono attesi entro metà febbraio, quando saranno stati approvati i relativi regolamenti. Ecco allora che la versione definitiva del Recovery Plan dovrà essere messa a punto in tempi rapidi, e quindi anche i vari passaggi (discussione e approvazione in Parlamento, nuova deliberazione da parte del Consiglio dei ministri e definitivo via libera da parte delle Camere) dovranno essere accelerati. Nel testo andranno precisati con puntualità sia la tipologia dei progetti da sottoporre al vaglio della Commissione, con annesso un dettagliato cronoprogramma, sia il programma di attuazione delle singole riforme da realizzare. Il tutto corredato da una stima dell’impatto in termini macroeconomici delle singole operazioni. Poiché l’erogazione delle tranche semestrali del Next Generation EU è subordinata al raggiungimento degli obiettivi da realizzare dunque in progress, ogni rallentamento o inadempienza potrà comportare la sospensione nell’invio dei fondi.

La struttura di monitoraggio

Nelle sue linee-guida, la Commissione non entra nel dettaglio di come dovrà essere strutturata la cabina di regia, né a quali soggetti istituzionali debba fare capo. La decisione è nelle prerogative dei singoli governi. Per il nostro Paese, la linea è quella indicata dal commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni: l’Italia deve introdurre procedure straordinarie con leggi capaci di accelerare gli investimenti e corsie preferenziali. I fondi vanno impegnati entro il 2023 e spesi entro il 2026. Servono quindi procedure straordinarie e corsie preferenziali.

Dell’originaria (e decisamente pletorica) cabina di regia indicata dal Governo nella fase preliminare di messa a punto del Piano non vi è più traccia. Si può immaginare una sorta di struttura ad hoc, da affidare a un ministro per il Recovery Plan collocato a Palazzo Chigi, come prevede la recente proposta messa a punto da Assonime, che potrà essere coordinato da un Centro di coordinamento tecnico-operativo, composto da un rappresentante dei ministri competenti per materia e da un nucleo di selezionate figure di alto profilo tecnico. La scelta potrebbe essere quella di concentrare la gestione dei fondi nelle strutture amministrative esistenti, rafforzate con l’immissione di adeguate nuove competenze.

Pare del tutto evidente che su questo aspetto centrale del Recovery Plan, al pari della definizione e realizzazione dei singoli progetti (sia con riferimento agli investimenti che alle riforme) occorrerà il massimo grado di coesione politica, e un ampio sostegno in sede parlamentare. Ed è proprio questa la sfida (e l’incognita) di questa delicata fase politica.


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