Banche e imprese nel dopo pandemia

È ora di iniziare a ridurre in maniera graduale gli aiuti straordinari all’economia

di Ignazio Angeloni

A pieno regime. La pandemia ha colpito duramente i servizi a contatto con i clienti, ma fatto la fortuna di alcuni settori

4' di lettura

Un fantasma si aggira per l’Europa? L’incipit del Manifesto di Marx e Engels torna in mente, in epoca e per ragioni completamente diverse, mentre l’economia cerca di uscire dalla fase più critica della pandemia. Gli interrogativi che questa fase solleva sono molti; uno particolare riguarda le banche. Quale è il loro stato di salute? Sostegni e garanzie hanno evitato il peggio, ma anche steso una coltre che impedisce di vedere la loro reale condizione. Che succederà quando vengono meno le protezioni? Potranno le banche gestire le insolvenze e le riconversioni dell’economia post-Covid? È in pericolo la stabilità, magari in certi settori o aree geografiche?

Se si tratti di un fantasma o di un mostro in carne e ossa è oggi impossibile stabilirlo: i dati non fotografano la situazione reale perché sono distorti proprio da quei provvedimenti. Bisogna leggere evidenze separate, collegare punti sconnessi, cercando di discernere dalle linee i contorni di una figura plausibile. Proviamo a farlo.

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L’Autorità bancaria europea (Eba, con sede a Parigi) ha appena pubblicato il suo annuale “esercizio di trasparenza”. Dati che riguardano tutti i Paesi dell’Unione, con qualche dettaglio geografico e settoriale. La fotografia che ne esce è sconcertante. La pandemia sembra essere stata un bene! Le banche hanno beneficiato di un cospicuo aumento della domanda di credito: i loro bilanci sono cresciuti. Finanziare il credito aggiuntivo non è stato un problema, per i massicci interventi della Bce e per il fatto che famiglie e imprese, non potendo spendere, hanno versato i loro soldi in banca. Ma c’è di più: non solo la dimensione, ma anche la qualità dei bilanci è migliorata. I prestiti dubbi hanno continuato a ridursi, specialmente in Italia. Minori accantonamenti hanno fatto crescere i profitti. Di riflesso, complice anche il blocco dei dividendi decretato dalla vigilanza, è aumentato il capitale. Risultato: banche più grandi, più attive con la clientela, più liquide e più solide.

È evidente che qualcosa non quadra in questa immagine tutta rosa. L’intuizione dice che se la qualità del credito è migliorata, deve essere in larga parte perché i debitori sono protetti dall’intervento pubblico; che succederà dopo? Alcuni settori si sono avvantaggiati nella pandemia (commercio online, servizi sanitari), ma molti hanno sofferto (tutti i servizi che richiedono contatto fra le persone, commercio al dettaglio, viaggi e altro).

Le segnalazioni prospettiche sulla qualità del credito basate sui nuovi criteri contabili Ifrs9 indicano un aumento delle esposizioni classificate nello “stadio 2”, cioè quelle il cui rischio futuro è aumentato. Il calo dei deterioramenti è dunque retrospettivo, dovuto in larga parte alla cessione di vecchie partite dubbie o in sofferenza. Crescono invece i rischi attesi. Importante è anche il fatto che, secondo i dati dell’Eba, le esposizioni delle banche aumentino soprattutto nei confronti di piccole e medie imprese, categoria mediamente più a rischio.

Due rapporti recenti fotografano le Pmi nei due Paesi in cui in esse sono più rilevanti: in l’Italia, il rapporto Cerved di novembre; in Germania, la rassegna quadrimestrale della KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau, la banca pubblica di sviluppo tedesca). Entrambi segnalano un impatto della crisi soprattutto sulle Pmi, con abbattimento del cash flow dell’ordine del 10% nei due Paesi. L’incidenza di moratorie e garanzie è peraltro superiore in Italia, dunque maggiori sono anche i rischi nella fase di uscita.

Fra le Pmi le imprese minori risultano relativamente più colpite. Insolvenze e fallimenti sono diminuiti; anche qui, l’intervento pubblico ha arginato temporaneamente il fenomeno. Tuttavia, il peggioramento della situazione finanziaria delle imprese nel rapporto Cerved emerge sia nell’aumento dell’indebitamento e degli oneri finanziari sia nei rischi futuri attesi, rilevanti soprattutto fra le imprese più piccole.

Elementi a conferma, dal lato delle banche italiane, provengono dall’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia. Le banche cosiddette “meno significative”, cioè quelle di minore dimensione che prestano tendenzialmente a imprese più piccole, segnalano in Italia un incremento particolare dei crediti allo “stadio 2” fra il giugno del 2020 e il giugno del 2021 (+35%). Anche i crediti in bonis aumentano fortemente, a conferma del fatto che il credito complessivo è cresciuto. Ma è difficile evitare il sospetto che anche quelli in bonis celino difficoltà che emergeranno successivamente.

La situazione andrà seguita attentamente nei prossimi mesi. Ma già oggi si delinea uno scenario possibile in cui il venir meno dei provvedimenti pubblici produrrà nel nostro Paese un impatto significativo soprattutto medio-piccole operanti nei settori penalizzati dalla pandemia. L’effetto colpirebbe le banche, in particolare quelle di minore dimensione che già si contraddistinguono in Italia per una qualità del credito inferiore a quello della media del sistema.

Che fare? Non sembra il caso di ritardare oltre l’uscita dai vari provvedimenti di sostegno, sia di vigilanza (classificazioni, accantonamenti) sia governativi (moratorie, garanzie). Lungi dal risolvere il problema si rischia di alimentare l’illusione che esso non esista. Un’uscita graduale, tempestiva e preannunciata dagli interventi straordinari aiuta gli operatori a prepararsi e le autorità a individuare punti di rischio su cui eventualmente intervenire in maniera mirata.

Come già osservato su queste colonne, inoltre, sarebbe desiderabile avere un meccanismo di assicurazione dei depositi bancari in piena forma, per rassicurare i depositanti soprattutto delle banche medio-piccole più fragili. Il Fondo che svolge questa funzione in Italia si è depauperato negli ultimi anni, sostenendo il capitale di alcune banche in difficoltà; un investimento che non ha ripagato. Il tema va tenuto presente, magari prevedendo forme di sostegno pubblico, contingente e temporaneo, come avviene negli Stati Uniti.

Infine, le circostanze rendono ancor più urgente che l’Europa proceda nel completamento dell’unione bancaria. È opinione generale che vada introdotta, fra le altre cose, una disciplina europea per la liquidazione delle banche “meno significative”, oggi affidata ai singoli stati con criteri diversi. La disciplina deve comprendere una safety net, ma anche richiedere, in caso di intervento, rigorose ristrutturazioni.
La Commissione europea sta cercando timidamente di portare il tema all’attenzione degli Stati, ma raccoglie finora poco consenso. Speriamo non sia necessaria un’altra crisi, come in passato, per decidersi a premere il piede sull’acceleratore.

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