nostalgia dell’impegno

E’ ora di tornare a fare i conti con la politica

di Giuseppe Lupo

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3' di lettura

Sembrerà una provocazione, ma più d’una volta e per varie circostanze a me è capitato di provare nostalgia del Novecento. Detta in questi termini, l’affermazione ha del paradossale: ci siamo voluti sbarazzare dello scorso secolo prima ancora che finisse, più o meno alla caduta del Muro di Berlino. Può mai essere che ora, a vent’anni dall’inizio del terzo millennio, rimpiangiamo la sua fine? Può essere. C’è più d’una ragione per avvertire nostalgia, una fra tutte, cre-do, il bisogno di tornare a una cultura che non sia semplicemente intrattenimento e disimpegno, ma contenga i caratteri di una progettualità, che sia testimonianza etica e non si limiti a descrivere il mondo in termini corrosivi, ma aspiri a modificarlo, a dargli un orientamento, a narrare come dovrebbe essere anziché dichiarare com’è. Se qualcuno di noi si sente malinconicamente orfano del Novecento non sarà per le dittature e per le guerre mondiali, non sarà per il soffocante gioco delle ideologie che hanno ricondotto lo scorso secolo a una forzata recitazione di religioni politiche, ma perché avverte il bisogno di recuperare le origini di un atteggiamento legato a filo doppio con la nozione di modernità, da cui non è avulsa certo la funzione di chi usa le armi dell’immaginazione in relazione al tempo in cui tocca vivere.

Penso si trovi in questo paradigma la chiave di volta per comprendere La matematica è politica (Einaudi) di Chiara Valerio: troppo riduttivo definirlo pamphlet, piuttosto un recitativo di immaginazione programmatica che segue le linee di una autoconfessione in pubblico, ma nasconde anche qua e là, disseminandola nel sottile procedere dei capitoli, la presa di coscienza di un’epoca della mente che è ormai irrimediabilmente tramontata, quella in cui i linguaggi, tanto della letteratura quanto della scienza, servivano per costruire lo spazio in cui far abitare gli uomini.

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Chiara Valerio è autrice che vive in maniera non problematica la cultura politecnica di cui è figlia. Il suo procedere sulla pagina bianca è una moltiplicazione di suggestioni scientifiche e letterarie perché ha dalla sua una naturale inclinazione per le esattezze dello studio eppure qui, come anche nei suoi romanzi, non si lascia mai adescare dalla formula salvatrice, dal feticcio dei numeri, dal miracolo che si rivela agli adepti. Un teorema, tanto quanto una poesia, non è esercizio di stile, ma costruzione, realizzazione di un’ipotesi che non si compiace della verità, ma parte da una posizione di attacco frontale alla verità, in nome di una fiducia (conquistata negli anni) verso un’idea di matematica assunta non come assoluto, ma come linguaggio, veicolo, strumento interpretativo anziché conoscitivo. Nel procedere dentro questa prospettiva di ossimori, il suo affidarsi ai sofisticati meccanismi della deduzione già nel titolo del libro individua una provocazione apparente quando identifica la matematica alla politica. E questa provocazione, che qui diventa una specie di bandiera identitaria, funziona anche come mimesi dell’orizzonte in cui la res publica – questa complicata e impegnativa macchina da abitare – continua a denunciare limiti, a chiedere soccorso, a esigere correttivi.

Siamo tutti consapevoli di non vivere nel migliore dei mondi e probabilmente nella stagione della ripartenza che tutti auspichiamo prossima a venire dopo la frattura provocata dall’epidemia, si farà sempre più urgente la necessità di rimediare agli errori che ci hanno condotto a questo 2020. Ciò che colpisce, però, è una sorta di sguardo umile. Anziché chiudersi nella cittadella del sapere senza aver bisogno di altro se non di autodifesa, in queste pagine si cerca disperatamente altro: il contatto tra cultura alta e cronaca quotidiana, la mescolanza tra vita pensata e vita vissuta, tra gli assetti politici e i più elementari bisogni umani, perché solo invocando questo “altro” acquista senso studiare, coltivare passioni politiche, mettere a fuoco progetti narrativi o dimostrazioni algebriche. Più che una esibizione di conoscenze, il libro contiene l’invito a uscire dalla “dittatura dell’intrattenimento” (è una formula che sta tra le righe e che potrebbe essere cucita addossa all’epoca in cui siamo immersi) e a pensare che nel sovrapporsi di questi due termini (matematica e politica), nello specchiarsi di due strategie che solo in superficie risultano contraddittorie e incongruenti, possa celarsi una via d’uscita all’attuale momento storico che, per quanto invochi correttivi da ogni parte, stenta a trovarli. «La democrazia e la matematica non subiscono il principio d’autorità dell’urgenza» leggiamo in uno dei passaggi del libro.

Il pensiero corre alle limpide architetture di una civiltà umana edificata non sulla definizione statistica di individuo, ma sulla dignità di persona.

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