le lunghe trattative

E Pechino vara riforme per garantire parità di accesso

Tra i nodi anche la tutela della proprietà intellettuale e i sussidi alle imprese

di Rita Fatiguso

default onloading pic
(AdobeStock)

Tra i nodi anche la tutela della proprietà intellettuale e i sussidi alle imprese


3' di lettura

Sta prevalendo, in queste ore, la logica dell’interscambio commerciale su quella degli equilibri globali consolidati e se firma sarà tra Cina e Europa, il merito è del pressing sui 27 operato dal principale partner economico: la Cina che, da luglio scorso, ha soppiantato gli Stati Uniti. Il corteggiamento di Pechino è stato serrato, sul piatto del negoziato il presidente Xi Jinping ha messo di tutto, fino agli ultimi doni di ieri, il passaggio da “promossi” a “incentivati” di quegli investimenti stranieri di cui la Cina oggi ha più bisogno che mai. A ridosso del weekend il ministro degli Esteri Wang Yi che, nonostante la pandemìa, ha girato come una trottola per mesi l’Europa in cerca di consensi, dichiarava che la Cina avrebbe proseguito il negoziato al suo passo. Anche la nota del ministero del Commercio dava l’idea di una trattativa in panne, senza più il richiamo della data fatidica, quella del 31 dicembre, fortissimamente voluta dal presidente Xi.

Se firma ci sarà, l’imminente entrata in vigore del primo trattato bilaterale Cina-Ue, quello sui 100 reciproci prodotti agricoli IP sarà una bazzeccola e persino il deal post-Brexit impallidirà davanti a un trattato che sposta gli equilibri di un mercato da 450 milioni di persone ad Est, facendo dell’Europa l’ago della bilancia tra Cina e Usa, tutti e due bersagli dei dazi e dei veti del presidente uscente Donald Trump.

Loading...

Davanti al via libera politico dei 27 Paesi della Ue l’atteggiamento dimesso dei vertici di Pechino fa pensare all’antica arte negoziale cinese gestita tra bluff e mosse a tavolino, fino allo stremo, perchè il tempo cinese è una variabile eterea. E, invece, c’è da “chiudere” entro la data proposta dal presidente, 31 dicembre 2020, che rimarca i 45 anni di relazioni diplomatiche tra Cina ed Europa nonchè il Piano d’azione 2020 siglato tra Cina ed Europa.

Per la Cina è stato un anno in cui - nonostante gli anatemi lanciati dall’ex ministro delle Finanze Lou Jiwei sul passo troppo lento specie nel mercato dei bond - i vertici di Pechino hanno pigiato sul pedale delle riforme, anche rispetto all’obiettivo di portare a casa un trattato dopo l’altro, ricordiamo il RCEP, incassato a novembre, 15 Paesi del Sud-Est Asiatico, inclusi Giappone e Corea, una fetta pari al 30% del Pil mondiale.

La lista delle concessioni è lunga, e ruota intorno a due temi precisi, l’accesso al mercato e la parità tra aziende cinesi e straniere. Da qui si dipanano gli altri temi nel mirino delle trattative ormai in cantiere da 7 anni, tra cui il trasferimento forzato di tecnologia e la tutela dei diritti di proprietà intellettuale.

La Cina ha accelerato le riforme nel settore dei futures, sta facendo pulizia, favorendo i fallimenti programmati di aziende decotte, anche nel settore bancario. Ha appena varato in terza lettura ritocchi alla legge sulla tutela della proprietà intellettuale, ha varato dal 1° gennaio una legge sugli investimenti valida per tutte le aziende sia cinesi sia straniere e che sostituisce le tre precedenti. Ha abolito il catalogo degli investimenti e introdotto la negative list di quelli off limits, ridotti a 123. Sta picchiando duro sulle piattaforme di pagamento online che vendono prodotti bancari e non ha esitato a bloccare a novembre l’IPO da 35 miliardi di dollari di Ant financial, la piattaforma di Alibaba, enfatizzando la legge antitrust, quella che in queste ore sta mettendo alle corde Jack Ma. Pochi giorni fa la CBIRC, la Commissione per la vigilanza sulle banche e sulle assicurazioni, ha annunciato che Exim bank, la banca degli investimenti esteri, dovrà “aprire” a sussidi, finanziamenti e prestiti anche alle aziende straniere presenti in Cina.

L’Europa oggi ha bisogno della Cina e viceversa, e come sia possibile evitare la trappola omerica “temo i greci anche se portano doni”, si vedrà. Di certo al timone cinese c’è un uomo bifronte, il vice premier Liu He, il grande negoziatore con il mondo che, grazie alle riforme del 19esimo Congresso, è anche il capo del Gruppo di stabilità di Pechino.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti