intervista

«È la prova che il mercato si basa solo sulla fiducia»

di Marco Ferrando


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Marka

2' di lettura

«L’oro è la manifestazione più evidente di quanto conta la fiducia di tutti in un sistema di regole e valori». Per questo da 6mila anni è emblema e al tempo stesso metafora del mercato: «Da sempre la gente ha fiducia nel fatto che l’oro sia una riserva di valore. Per questo le persone lo comprano e lo regalano, le banche centrali lo accumulano: tutti sono così consapevoli del valore che esso esprime da attribuire un prezzo superiore a quello derivante dagli usi per cui può essere speso». Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass, pochi mesi fa all’oro ha dedicato un libro (pubblicato dal Mulino), che ne esplora la storia, i significati, gli utilizzi, le dinamiche di mercato. Tante facce di un mondo in cui la rarità è solo una componente di un successo e un fascino che va ben oltre le sue virtù materiali: «In fondo l’oro non è l’unico materiale raro, o di grande bellezza. Ma è quello che da sempre esercita la maggiore attrazione sull’uomo. E la ragione forse sta proprio nella fiducia che da millenni sa alimentare».

Dopo una fase di indebolimento delle quotazioni, ora sembra di assistere a un ritorno di interesse. La stupisce?
No, perché in realtà l’interesse non è venuto mai meno. Se uno guarda attraverso i decenni vede che c’è stata un’oscillazione ampia nel prezzo, è vero, ma la linea di tendenza sottostante è stata sempre quella di una grande attribuzione di valore.

Non a caso si torna a comprare oggi che i mercati paiono indirizzati verso una fase assai incerta.
Tutti i beni rifugio sono contro ciclici. Ci si rifugia nell’oro, o nei diamanti, quando la sorte dei pezzi di carta è più incerta: l’aumento della volatilità finanziaria genera interesse per ciò che è opposto.

Nel ritorno d’interesse per l’oro c’è anche una critica alla finanza, sempre più complessa e dematerializzata?
Non credo. La finanza moderna, che è fatta ormai di bit, è imprescindibile. Non si può tornare ad asset solo materiali o magari addirittura al baratto: vorrebbe dire che si torna indietro nello sviluppo. Non c’è alternativa tra materialità e immaterialità ma piuttosto la riscoperta della loro complementarità in tempi di grande incertezza.

Fa impressione pensare alla riscoperta dell’oro in tempi di blockchain.
Nel XVIII secolo l’abate Galiani aveva ipotizzato un grande registro unico per gli scambi di una comunità, governato da un sovrano illuminato: è stata una prefigurazione della blockchain, che però non prevede autorità centrali ma una validazione universale a cui ci si sottopone in autonomia. La finanza cambia pelle ma alcune costanti, come l’oro, sono sempre là.

L’oro fa gola, e per questo periodicamente riemerge l’ipotesi di mettere a fattor comune le riserve auree della Banca d'Italia. Una tesi che lei smonta categoricamente nel suo libro.
Sì, e il motivo principale ce l’ha insegnato ancora la storia: l’oro conserva il suo valore solo se non si cerca di spenderlo in grandi quantità. Ci provarono anche i nazisti nella seconda guerra mondiale, ma scoprirono che è difficile, molto difficile.È un chiaro invito a lasciare intatta la quarta riserva mondiale di cui l’Italia tuttora dispone.

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