Bussola &Timone

È la qualità del debito che può rendere buona l’inflazione

di Giovanni Tria

3' di lettura

Gli indicatori economici volgono al bello, almeno per ciò che riguarda le principali economie. Dagli Stati Uniti alla Cina, all’Europa la ripresa è in atto e si rafforza. L’Italia questa volta si comporta bene, e si diffonde ottimismo. Le motivazioni sono varie. C’è l’effetto rimbalzo, perché i tassi di crescita sono calcolati su un precedente crollo, e c’è l’effetto di politiche espansive, con sostegni ai redditi e iniezioni di liquidità. Ma sta giocando anche un effetto-fiducia più forte del previsto, quasi una voglia di fiducia. E non è detto che sia un effetto transitorio o irrazionale. Forse anche per non guastare il momento, i banchieri centrali e i governi dei Paesi avanzati smussano o negano preoccupazioni circa una ripresa possibile dell’inflazione.

Ma anche se la questione non può essere elusa a lungo, conviene porsi una domanda preliminare: esiste, come per il debito, un’inflazione buona e un’inflazione cattiva? La prima osservazione è che mentre dipende dai governi nazionali se il debito è buono o cattivo, l’inflazione, e la sua natura, dipende solo in parte da quel che accade nel singolo Paese, specie in una piccola economia aperta come l’Italia. Ma qualcosa si può fare affinché una maggiore crescita dei prezzi, qualora arrivasse, possa avere un effetto positivo, se limitata. L’obiettivo di stabilità dei prezzi generalmente accettato dai banchieri centrali, compresa la Bce pur influenzata dalla fobia germanica per l’inflazione, si traduce in un’inflazione vicina al 2 per cento. Questo perché una moderata inflazione rende più fluida l’economia. Essa consente di manovrare salari e prezzi relativi in base all’andamento del mercato nei vari settori senza correzioni nominali verso il basso. Essa consente di indebitarsi senza paura di ritrovarsi, in caso di inflazione negativa, con un debito da ripagare in termini reali maggiore. L’aumento continuo, ma limitato, del livello generale dei prezzi è anche un segnale che la domanda del mercato è buona e che ci sono prospettive di rendimento per una maggiore produzione, almeno nella maggior parte dei settori. L’idea generale è che l’inflazione avvantaggi i debitori e non i creditori, e in tempi normali questo favorisce consumi e investimenti.

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Non è un caso che, nel decennio precedente la pandemia, la Bce abbia soprattutto combattuto la deflazione, non riuscendo peraltro a raggiungere il risultato di un’inflazione al 2 per cento. La domanda è fino a quale livello di inflazione, oltre il 2%, questi effetti positivi possano prevalere su quelli negativi connessi all’effetto di “tassa occulta” sui redditi, ma non sui patrimoni, e di possibile disturbo al regolare svolgersi degli scambi e del commercio.

La domanda è legittima perché siamo in una fase in cui i possibili effetti positivi di una limitata inflazione (che non generi aspettative di una spirale incontrollata) possono trovare oggi le condizioni per manifestarsi. C’è necessità di riconversioni industriali e spostamento di occupazione verso settori a maggiore rendimento. Ci sono alti debiti privati e soprattutto alto debito pubblico da ridurre in rapporto al Pil. Un’inflazione superiore al 2%, se connessa soprattutto a maggiore crescita, aiuta in un percorso di riduzione progressiva del rapporto debito/Pil, ma a condizione che la maggiore inflazione non si rifletta immediatamente sui tassi di interesse nominali e che ciò non abbia effetti negativi sulla stabilità dei mercati. Un aumento dei tassi di interesse conseguente all’inflazione incide sul nuovo debito, ma ha un effetto ritardato sull’onere medio del debito già emesso, con vantaggi a breve soprattutto per il debitore pubblico. Ma nella determinazione dei tassi di interesse entra in campo, accanto all’inflazione, il fattore rischio, che è connesso a quello della fiducia. Qui risiede il problema centrale, almeno per l’Italia. Ciò che conterà è se la maggiore inflazione si accompagnerà a un recupero di fiducia nella crescita, cosicché parte del possibile impatto sui tassi di interesse nominali potrà essere assorbito dalla riduzione del rischio connessa al buon andamento dell’economia e alla buona condizione della politica di bilancio. Non possiamo dimenticare che, benché lo spread tra i tassi pagati sui titoli a 10 anni in Italia e Germania si sia ridotto, esso rimane tre volte quello francese e che i tassi di interesse pagati dalle imprese e famiglie italiane non sono quelli pagati in gran parte d’Europa. La riduzione del rischio servirà anche per compensare una prossima minore protezione da parte della Bce.

La conclusione è che anche l’inflazione, come il debito, può essere buona ma, in fin dei conti, solo se connessa al debito buono, e se entrambi hanno dei limiti. Val la pena, quindi, ricordare che il lavoro intenso intorno al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e alle riforme necessarie al suo funzionamento non servono solo a ottenere “i soldi” dall’Europa, ma servono soprattutto a riconquistare la fiducia essenziale degli investitori e, quindi, anche dei prestatori. Ne avremo bisogno.

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