67esimo festival

È il Sanremo di «Occidentali's Karma»: Gabbani vince a sorpresa davanti a Mannoia e Meta

di Francesco Prisco


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(Ansa)

3' di lettura

Da un lato c'erano quelli della vittoria annunciata: nessuno ha lo spessore di Fiorella Mannoia, nessuno ha la sua canzone e quella capacità d'interpretarla. Dall'altro i teorici della rottamazione: è l'era dei talent show, co-conduce Maria De Filippi, vincerà un ex di Amici o al massimo di X Factor. Non ci hanno preso: ha vinto «la scimmia nuda» che «balla», nonsense, irriverenza e auto-ironia non privi di riferimenti culturali. Si aggiudica la 67esima edizione di Sanremo Francesco Gabbani, cantautore carrarino 35enne che solo l'anno scorso si era imposto nella categoria Nuove proposte del Festival.

Quello dei maglioni color pastello, del baffetto alla Marco Columbro da giovane, della coreografia con il gorilla ma soprattutto quello di «Occidentali's Karma», tormentone dal testo cut up infarcito di esoterismi orientaleggianti. Il pezzo del Festival più ascoltato in streaming in questi giorni, tanto da aggiudicarsi anche il premio Tim Music. Adesso rappresenterà l'Italia all'Eurovision Song Contest. La Mannoia con «Che sia benedetta» deve accontentarsi del secondo posto, unito al premio per il miglior testo e a quello della sala stampa. Ermal Meta con «Vietato morire» è terzo e in più prende il premio della critica. Ad Al Bano, eliminato in semifinale, e alla sua «Di rose e di spine» il premio per il miglior arrangiamento. Come dire: la più classica delle sorprese. «Non me l'aspettavo», ha commentato a caldo Gabbani. «Ci speravo in un angolino del mio cuore, ma non me lo aspettavo». Diplomatica la Mannoia: «Sono venuta con lo stesso spirito di 30 anni fa, mai con l'intento di vincere. Certo, in un angolino del cuore tutti ci sperano, ma modestamente penso che in tutti questi anni, “Caffè nero bollente”, “Come si cambia”, “Quello che le donne non dicono”, “Le notti di maggio” siano rimaste nella storia della musica. Penso che questa canzone faccia lo stesso percorso».

Sanremo, la serata finale

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Povera (con poche eccezioni) l'offerta musicale
Cala insomma il sipario sulla terza e ultima – almeno fino a questo momento – edizione di Carlo Conti. La macchina festivaliera quest'anno ha pagato pegno al gigantismo baudiano del direttore artistico. Dopo due edizioni nel segno della restaurazione che, pur con budget contenuti, hanno ottenuto ottime risposte di Auditel e raccolta pubblicitaria, per il terzo Sanremo Conti ha preteso ancora di più e l'ancora di più spesso e volentieri sconfina nel troppo. Eccessivo il numero dei cantanti in gara del concorso dei Big – 22, molti dei quali fin troppo generosamente annoverati nella categoria -, pretenzioso il meccanismo del mini-torneo del giovedì sera che ha appesantito la già ipertrofica serata delle cover, poverissima quasi per contrappasso l'offerta musicale che si è vista sul palco dell'Ariston. Poche le eccezioni, tra le quali figura sicuramente il brano vincitore. Conti ha voluto con lui Maria De Filippi e Sanremo, nella formula, si è definitivamente trasformato in un talent show, se è vero che ogni serata doveva produrre dai due ai quattro nomi eliminati o in via di eliminazione. Forse la musica in Tv è ormai soltanto questa e Conti non ha fatto altro che adeguarsi allo standard.

Tra Tv-verità e Tv-varietà
Pochi guizzi nella costruzione televisiva delle cinque serate. La presenza della De Filippi accanto a quella del presentatore toscano ha partorito l'alternanza tra Tv-verità e Tv-varietà, la prima celebrata attraverso il rito degli «Eroi del quotidiano» - che fossero le forze dell'ordine intervenute nei Paesi colpiti dal sisma o l'esercito in missione di pace -, la seconda caricata di troppi momenti dei quali si sarebbe fatto volentieri a meno. Uno su tutti: l'imitazione alle vongole di Bob Dylan da parte di Ubaldo Pantani che non esitiamo a definire il punto più basso della storia del Festival. Un appunto importante, poi: è mancato un «resident comedian», un comico di casa che alleggerisse puntualmente le uscite dei due conduttori. Confinare la comicità alla copertina di Maurizio Crozza, per altro in un format visto e rivisto in troppi talk show politici, e alle incursioni di ospiti non sempre in stato di grazia non è apparso un esperimento fino in fondo azzeccato. In finale Crozza c'era fisicamente e la differenza si è vista. Ancora una volta bene il «Dopo Festival» affidato alla Gialappa's Band, piuttosto irrilevante la novità del «Prima festival» che ha avuto come unico effetto quello di allungare ulteriormente le serate. Ma gli ascolti sono andati bene e la raccolta benissimo. Non è ancora chiaro chi raccoglierà il testimone di Conti ma, chiunque sia, sarà chiamato a un grande lavoro per bissarne i risultati.

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