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E se la Bce riducesse le protezioni? Ecco perché lo spread BTp-Bund s’impenna

Lo spread tra BTp e Bund torna a impennarsi: lunedì ha terminato a 132 punti base, massimo da un anno. Il motivo? Va cercato nella giornata di giovedì 28 ottobre. Ecco perché

di Morya Longo

Frena il Pil Usa, Bce in trincea sul rischio-prezzi

4' di lettura

«Allo stato attuale mi aspetto che il programma di acquisti pandemici Pepp termini alla fine di marzo. Cosa la Bce farà successivamente? Questo è un tema su cui discuteremo al prossimo meeting del consiglio, a dicembre». Sono quasi le 15,30 di giovedì 28 ottobre. È in corso la conferenza stampa della Bce. Fino a quel momento è tutto tranquillo: la banca centrale non ha cambiato alcunché nella sua politica monetaria. Ma con queste parole Christine Lagarde getta acqua ghiacciata sul mercato dei titoli di Stato: annuncia infatti che il programma pandemico di acquisti di bond (il cosiddetto Pepp) non verrà prorogato dopo la sua scadenza a marzo 2022 e - soprattutto - comunica che allo stato attuale la Bce non ha deciso come evitare uno “scalone” negli acquisti da aprile in poi.

Se la fine del Pepp non è una sorpresa, l’ipotesi dello “scalone” lo è. Così, in quel momento, sul mercato gli investitori colgono un messaggio ben chiaro: pur restando accomodante, tra quattro mesi la Bce potrebbe ridurre la rete di protezione che ha costruito durante il Covid sotto i titoli di Stato. Non è una certezza, sia chiaro, ma il dubbio basta a creare forte turbolenza sul mercato.

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Il grande riprezzamento: spread a 150 punti?

A farne le spese sono stati soprattutto i Paesi del Sud Europa (quelli che più hanno beneficiato del programma di acquisti Pepp) e tra questi il più colpito è stato l’Italia. Così in pochi giorni i rendimenti sono tutti saliti: il decennale spagnolo è passato da 0,54% delle ore 15,00 di giovedì 28 a 0,64%, quello portoghese da 0,44% a 0,57% e quello italiano da 1,02% a 1,22%. Lo spread BTp-Bund è così volato da 112 punti base pre-Bce a 132 di ieri sera: massimo da un anno. E ha continuato a salire anche ieri, nonostante il positivo umore dei mercati testimoniato dalle Borse tutte in rialzo (Milano +1,23%).

Alcune banche d’affari pensano che lo spread continuerà a salire: secondo Citigroup potrebbe arrivare a 150 punti base.

TITOLI DI STATO NELLA BUFERA
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I motivi del rialzo/1: l’incertezza sulla Bce

Come detto, il motivo principale è legato al dubbio lasciato in sospeso da Lagarde: cosa farà la Bce dopo marzo 2020? Attualmente l’istituto di Francoforte acquista bond e titoli di Stato europei attraverso due programmi: con il Pepp (il programma pandemico) ne compra ogni mese per 70 miliardi di euro, mentre con l’App (il residuo del “vecchio” quantitative easing) acquista altri 20 miliardi. A marzo, stando così le cose, resterà in vita solo il programma App da 20 miliardi: il mercato è convinto che la Bce in qualche modo compenserà la chiusura del Pepp con qualche cosa di alternativo (la stessa Lagarde ha detto «noi possiamo avere flessibilità massima»), ma dato che a domanda precisa la presidentessa Bce non ha dato neppure una pur vaga rassicurazione, il mercato ha iniziato a preoccuparsi.

I motivi del rialzo/2: gli altri fattori

A questo si aggiungono altre pressioni, che spingono in alto i rendimenti già da qualche tempo. Innanzitutto l’aumento dell’inflazione: Lagarde continua a ritenerla temporanea, ma il mercato teme di no e sta sfidando la Bce su questo. Tanto che da tempo sul mercato aumentano le aspettative di almeno un rialzo dei tassi Bce nel 2022.

Inoltre sul mercato dei bond pesa il fatto che varie banche centrali nel mondo hanno avviato, o stanno per avviare, la riduzione degli stimoli: la scorsa settimana l’ha fatto quella del Canada, e mercoledì la Fed Usa dovrebbe annunciare il tanto temuto tapering. Questo pesa sui titoli di Stato di tutto il mondo, soprattutto su quelli di Paesi iper-indebitati come l’Italia.

Perché l’Italia soffre di più

I BTp italiani soffrono più di altri titoli per due motivi. Da un lato perché sono stati grandi beneficiari degli acquisti della Bce. Dall’altro perché, come detto, l’Italia ha un debito molto grande. Infine per un motivo tecnico: perché l’Italia è l’unico Paese del Sud Europa ad avere un contratto future efficiente sui titoli di Stato. Questo va sempre ad amplificare i movimenti dei nostri BTp: quando un investitore vuole coprirsi dal rischio di rialzo dei tassi nel Sud Europa, lo fa infatti spesso vendendo i future. E dato che solo l’Italia ha un future efficiente sui titoli di Stato, viene bersagliata dalle vendite per mancanza di alternative in Spagna o Portogallo.

Ma nessun «caso Italia»

Detto questo, non c’è un ”caso Italia”. Il Paese avrebbe anzi tutti i motivi per attirare acquisti sui BTp. La crescita economica sta battendo le aspettative. Questo sta riducendo le necessità di emettere titoli di Stato: si stima che nel 2022 ne emetterà 60 miliardi in meno. La spesa per interessi continua a diminuire, e - considerando che la vita media del nostro debito è sui 7 anni - continuerà a calare anche se i tassi di mercato dovessero salire l’anno prossimo. E, ciliegina, S&P e Dbrs hanno appena alzato le prospettive sul nostro rating. Il Paese resta però ostaggio dei mercati per via del suo eccessivo debito: quello che accade oggi deve dunque ricordare che il sostegno della Bce non può essere dato né per scontato né essere considerato a tempo indeterminato. Che sia a marzo o più avanti, prima o poi il Paese dovrà camminare sui mercati con le sue gambe.

Riproduzione riservata ©

  • Morya LongoVicecaposervizio

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Finanza, mercati azionari e obbligazionari

    Premi: Vincitore del premio State Street 2018 – Giornalista dell’anno, autore del miglior scoop

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