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E se con il termine «merito» ci riferissimo alla scuola e non agli alunni?

«Quello che il sistema scolastico dovrebbe fare e in fretta è un'analisi critica di sé stesso, una revisione della propria organizzazione, un ripensamento dei propri metodi. Il tutto partendo dalla scuola dell'infanzia»

di Laura Scalfi*

4' di lettura

L'aggiunta del termine “merito” al nome del ministero dell'Istruzione ha scatenato nelle ultime settimane accesi dibattiti sull'opportunità di questa modifica e sul significato della stessa. Buona parte delle discussioni nascono dalle molteplici accezioni e interpretazioni che vengono attribuite a questo termine. Alcuni, associandolo al concetto di capacità, sostengono che esso non vada applicato alla scuola, perché compito di quest'ultima è quello di rendere tutti potenzialmente meritevoli senza distinzioni di censo. Altri invece, attribuendogli il significato di impegno, affermano che compito della scuola è anche quello di misurare i risultati e selezionare i meritevoli sulla base di criteri il più possibile oggettivi. Concezione che si avvicina molto a quanto riportato nell'articolo 34 della Costituzione in base al quale: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.
Uno studente che riesce bene nel proprio compito, dunque, ha diritto di accedere a borse di studio e sostegni per poter intraprendere percorsi di più alto livello che altrimenti gli sarebbero preclusi.
Ma il fatto di riuscire bene nel proprio compito non è in buona parte subordinato alle condizioni in cui ci si trova a operare? Il contesto di partenza è uguale per tutti?
Solitamente questo tipo di sussidio viene assegnato a studenti iscritti alle superiori o all'università, dando per scontato che materne, elementari e medie garantiscano un percorso equo per tutti. In realtà non è così ed è su questo che dovremmo concentrare l'attenzione.
Se è vero che quello della scuola dell'obbligo è un percorso garantito a tutti, è anche vero che il sistema scolastico, così com'è organizzato, crea una selezione fin dai primi mesi del primo anno di scuola primaria, e se vogliamo andare oltre anche dalla possibilità di vivere dai nove mesi fino ai 6 anni (asilo nido e scuola materna per usare le vecchie definizioni) in ambienti stimolanti in cui poter sviluppare competenze relazionali, affettive e sociali che li renderanno bambini più sicuri, più sereni, più fiduciosi e disponibili all'apprendimento.
I docenti, nel seguire un preciso schema, sfrecciano come treni in corsa verso la meta ultima nel rispetto di tempi e contenuti. Un ritmo serrato, argomento dopo argomento, che tiene poco conto di quanto acquisito dagli alunni e molto di quanto previsto dai programmi ministeriali. In questo contesto coloro che sono per natura particolarmente brillanti, procedono senza problemi, mentre coloro che avrebbero solo bisogno di un po' di tempo in più per assimilare bene i concetti si dividono in due gruppi: quello di chi, provenendo da famiglie con un buon livello di istruzione e buone possibilità economiche, può essere adeguatamente supportato e quello di coloro che finiscono per accumulare lacune su lacune e per essere etichettati, spesso erroneamente, come dislessici, disgrafici, discalculi ecc.
Ma se parliamo di “Ministero dell'istruzione e del merito” non sarebbe importante declinare la parola merito anche rispetto a chi la scuola la fa (i docenti), la dirige o ne ha la responsabilità di organizzazione e di indirizzo (direttori e dirigenti del Ministero nelle sue articolazioni anche territoriali)? O pensiamo davvero che il merito debba essere declinato solo nei confronti dell'ultimo anello della catena (gli studenti) che spesso soffrono dell'incapacità di altri?
Il nostro ordinamento garantisce sì a tutti l'accesso all'istruzione, ma al suo interno, fin dal primo giorno, si pratica una dura, e forse inconsapevole, ma non per questo scevra da responsabilità, selezione tra chi accumula lacune e chi può permettersi di colmarle. Un problema di soldi? Forse. Di un corretto utilizzo degli stessi? Probabile. Ma sicuramente e in primis si tratta di una questione di metodo.
E se provassimo ad attribuire a questo cambio di nomenclatura un significato diverso? Se con il termine “merito” ci riferissimo alla scuola e non agli alunni? Se parlassimo, prendendo in prestito un'espressione utilizzata da Alessandro D'Avenia, di «merito della scuola»?
Come sostiene il giornalista e scrittore Davide Giacalone: «Il problema non è quello di misurare e fare valere il merito, che sarebbe giustissimo. Il problema è produrlo, diffonderlo». E se dunque provassimo a cambiare prospettiva?
Quello che il sistema scolastico dovrebbe fare e in fretta è un'analisi critica di sé stesso, una revisione della propria organizzazione, un ripensamento dei propri metodi. Il tutto partendo dalla scuola dell'infanzia, adottando modalità tali da far sì che nessuno rimanga indietro e assicurandosi che tutti gli alunni acquisiscano veramente e in modo permanente le nozioni elementari sulle quali si baseranno tutti gli apprendimenti futuri.
Soffermandosi magari una o due settimane in più sullo studio di qualche sillaba, sulle sequenze narrative, sulla comprensione del testo non si avrebbero più probabilità di garantire agli allievi l'acquisizione di quegli strumenti che gli consentiranno un domani non solo di accedere ai gradi più elevati di studio, ma anche semplicemente di leggere e comprendere un testo o un articolo di giornale?
L'acceso dibattito ideologico dovrebbe ora evolvere in proposte concrete e originali su possibili modalità organizzative più inclusive ed efficaci. Una scuola in grado di offrire a tutti le stesse possibilità. Una scuola che invece di uniformare e di produrre diplomati come in una catena di montaggio, realizzi davvero la funzione maieutica attribuitale da Socrate accogliendo ogni studente nella sua unicità e accompagnandolo in un percorso solo suo, unico e inedito, aiutandolo a esprimere la propria identità e a forgiare il proprio destino. Non sarebbe questa la vera svolta? Il vero cambiamento di nomenclatura?

*Direttore generale Istituto scolastico e formativo G. Veronesi
Ceo liceo Steam International

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