stato e regioni

E se non servisse più federalismo, ma meno?

di Guglielmo Forges Davanzati


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Il progetto di regionalismo differenziato è un segnale della rottura di quello che si potrebbe definire il “patto implicito” che ha tenuto insieme Nord e Sud del Paese, ovvero un patto basato su una divisione del lavoro che ha storicamente visto le imprese del Nord produrre e vendere a beneficio dei consumatori residenti nelle regioni meridionali. Questo patto, al netto degli aspetti formali e della Costituzione vigente, ha consentito all’intero Paese di mantenere la sua unità sostanziale.

Negli anni più recenti, e a seguito dello scoppio della prima crisi (2006-2007), le nostre principali imprese – quelle di più grandi dimensioni e più innovative – hanno risposto alla caduta della domanda a seguito della crisi provando ad agganciarsi, attraverso catene di subfornitura al capitale tedesco e dei Paesi satelliti della Germania. Nell’attuale schema neo-mercantilista, dove ciò che conta è esportare più di quanto esportino i concorrenti (e importare meno), il Sud conta sempre meno come mercato di sbocco. Il cambiamento al quale ci si riferisce attiene alla crescita delle interconnessioni su scala globale: le cosiddette catene globali del valore. Fuori dai tecnicismi, si fa riferimento al fatto che ogni prodotto finito contiene parti componenti realizzate in altri Paesi o altre regioni dello stesso Stato.

Il mutato rapporto fra regioni del Nord e regioni del Sud si inquadra nell’ambito di uno scenario nel quale:
1. Le imprese del Nord producono sempre meno beni finali e sempre più produzioni intermedie, non vendibili nel Mezzogiorno per la sostanziale inesistenza in loco di un tessuto industriale;
2. I residenti nel Mezzogiorno – per la caduta dei redditi, l’aumento delle emigrazioni, l’invecchiamento della popolazione – consumano sempre meno.

La Svimez calcola, a riguardo, che il calo cumulato dei consumi dei meridionali dal 2008 al 2017 è stato nell’ordine dell’11 per cento.

Le principali motivazioni che sono al fondo del progetto “secessionista” sono sostanzialmente due. Il fatto che si ritiene che le regioni del Nord spendano risorse pubbliche in modo più efficiente, mentre le regioni del Sud lo farebbero tardi e male. Questa motivazione – tutta da dimostrare sul piano empirico – è a fondamento della richiesta di circa un miliardo di euro di maggiori imposte trattenute in loco da parte delle regioni che domandano maggiore autonomia. La seconda è che l’arricchimento delle aree già più ricche del Paese favorirebbe anche le aree più povere per effetto di un meccanismo di locomotiva: se la crescita delle aree più ricche (ri)parte, la ricchezza lì prodotta “sgocciola” nelle aree più povere. Come dire: se la locomotiva parte, trascina con sé anche i vagoni.

È tuttavia ben difficile ritenere che la realizzazione di questo progetto possa arrecare benefici per la crescita economica dell’intero Paese. E ciò a ragione della seguente circostanza. Il legame che le imprese del Nord hanno istituito con le imprese tedesche tramite rapporti di subfornitura rischia di sfaldarsi a seguito della recessione tedesca e dunque a seguito della riduzione del calo degli ordinativi che giungono alle imprese dell’arco alpino. Il rischio è dunque che la recessione tedesca si traduca in calo dei margini di profitto delle imprese localizzate al Nord, a seguire in compressione degli investimenti, del tasso di crescita delle aree più ricche del Paese e, infine e per conseguenza, nella riduzione della quantità di beni venduti al Sud. In definitiva, secondo lo schema interpretativo qui sinteticamente proposto, allo stato dei fatti e in assenza di una ragionevole prospettiva di ripresa dell’economia tedesca, la realizzazione del progetto di regionalismo differenziato produrrebbe danni non solo per il Mezzogiorno, ma per l’intera economia italiana. Nella migliore delle ipotesi, il regionalismo differenziato arrecherebbe solo temporanei vantaggi ai residenti nelle regioni del Nord.

Si osservi che la convinzione che l’economia italiana debba tendere a crescere a una doppia velocità non è affatto nuova né risale a tempi recenti. Se la Storia può insegnarci qualcosa, vale la pena ricordare ciò che accadde agli inizi del Novecento, periodo nel quale Giolitti ebbe ben chiaro che l’industria del Nord andava sussidiata e aiutata e che il Mezzogiorno doveva essere lasciato alla sua vocazione agricola (tema che ricorre nel dibattito attuale) per preservare i poteri dei latifondisti e acquisire lì consensi elettorali. Se si prende atto del fatto che il progetto federalista, già a partire dall’istituzione delle regioni e ancor più dalla riforma del titolo V della Costituzione, non ha prodotto altri esiti se non un aumento della spesa pubblica improduttiva, occorrerebbe trarne le dovute conseguenze e forse tornare a un assetto istituzionale nel quale le decisioni fondamentali della vita politica e sociale dei cittadini italiani (si pensi alla gestione della sanità) sono prese a Roma.
Professore associato di Economia Politica Università del Salento

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