(fanta)scenari

E se i tassi restassero ultrabassi per sempre?

di Vito Lops


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(Agf)

2' di lettura

Nel mondo ci sono oltre 11mila miliardi di dollari in obbligazioni che esprimono tassi negativi. Ovvero, titoli per cui il creditore anziché ricevere denaro per aver finanziato chi ha emesso il bond addirittura gli riconosce un tot, come se fosse una “commissione da parcheggio liquidità” o una tassa.

È probabile che nei prossimi anni la fetta globale dei “bond sottozero” diminuisca. Questo perché alcune grandi banche centrali hanno avviato un percorso di rialzo dei tassi (la Fed ha attuato tre strette dal 2015, la Bank of Canada una lo scorso settembre) e altre (esclusa la Bank of Japan, l’unica che difatti, monetizzando il deficit, sta con il Tesoro nipponico praticando una forma di “helicopter money” ) sono orientate lentamente verso questa direzione (la Bce ha annunciato recentemente che il piano di stimoli dovrebbe terminare a settembre 2018 e che nel 2019 si inizierà a parlare di rialzo dei tassi).

In ogni caso, se è vero quanto spesso ci ricorda il governatore della Bce Mario Draghi («i tassi resteranno bassi molto a lungo») c’è anche da mettere in cantiere l’ipotesi che l’attuale fase di tassi ultrabassi diventi strutturale. Una regola e non più l’eccezione, come siamo stati abituati a percepirla fino ad ora.

L’assenza di una scossa importante sul fronte tassi consoliderebbe un dato a dir poco incredibile: oggi i tassi di interesse (nella media tra breve e lungo periodo) sono i più bassi che la storia annoveri negli ultimi 5.000 anni di civilizzazioni.

TASSI, SIAMO AI MINIMI DA 5.000 ANNI
TASSI, SIAMO AI MINIMI DA 5.000 ANNI
TASSI, SIAMO AI MINIMI DA 5.000 ANNI

Questo dato - elaborato da Bofa Merrill Lynch su dati di Bank of England, Global financial data e degli autori del libro «A history of interest rates» di Sidney Homer e Richard Sylla - ci racconta che il mondo in cui le banche centrali hanno affrontato l’ultima grande crisi globale (la bolla dei derivati subprime del 2007), ovvero pompando oltre 15mila miliardi di dollari di liquidità sui mercati finanziari, ha creato un effetto collaterale mai visto prima d’ora.

I tassi erano mediamente un po’ più alti di quelli attuali perfino a fine anni ’30, dopo il Grande crollo di Wall Street nel 1929 a cui seguì una profonda recessione. Non c’è confronto con nessuna era. I tassi riscontrati durante la prima dinastia dei Faraoni d’Egitto (3.000 a.c.) viaggiavano intorno al 20%. Su simili valori si attestavano anche durante il regno del re babilonese Hammurabi (dal 1792 a.C. al 1750 a.C). Nella Roma del primo annus domini il costo del denaro era al 4% mentre durante l’impero bizantino di Costantino si attestava al 12,5%.

I tassi di oggi sono persino più bassi di quelli registrati durante la seconda guerra mondiale (1,85%).

E il futuro che cosa riserva? Sebbene nessuno abbia la sfera di cristallo, ci si può (forse) affidare a uno studio di Paul Schmelzing della Bank of England - rilanciato da Pimco - che ha analizzato l’andamento storico dei tassi reali (al netto dell’inflazione). Negli ultimi 700 anni i tassi sono diminuiti di 1,6 punti base ad anno, ovvero dell’1,6% ogni 100 anni. Se questo trend continuerà nei prossimi 1.000 anni i tassi passeranno dall’attuale fase vicina allo 0 a -16%. Si tratta di numeri da Trivial Pursuit, più che da finanza.

www.twitter.com/vitolops

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