Competitività/Tlc

È a Segrate il «cervello» di Huawei, qui nasce la gran parte dei suoi brevetti

di Andrea Biondi


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4' di lettura

«Huawei questo centro avrebbe potuto farlo solo qui o in Giappone a Tokio oppure in Svezia, vicino a Ericsson». Renato Lombardi, 53 anni, guida il centro ricerche Huawei, a Segrate, alle porte di Milano. In questa zona c’è tutta una tradizione di aziende di un certo tipo: Alcatel a Vimercate; Nokia Siemens a Cassina de’ Pecchi; la Ericsson a Vimodrone. Accanto a queste realtà è cresciuta tutta una rete di fornitori che hanno finito per fare delle loro competenze specialistiche il punto di forza competitivo e per determinare il plus che avrebbe così spinto Huawei a scegliere Segrate. Con un passato in Siemens, Lombardi dal 2008 è stato chiamato a gestire e a far crescere questo centro ricerche che occupa 2mila metri quadrati su due piani. In Cina non è passato inosservato: è uno dei 20 “fellow” di Huawei, per le sue competenze e, a quanto lui stesso racconta divertito, «nella sede centrale a Shenzhen c’è una mia gigantografia alle pareti. Sono una delle 7 persone che incarnano i core value di Huawei; le altre sono cinesi».

Il centro, che ha dieci anni di vita, è cresciuto, come tutta l’attività di Huawei del resto. Il gigante cinese ha scalzato Ericsson dal primo posto nel ranking mondiale di costruttori di reti. Il giro d’affari nel 2017 è salito a 92,5 miliardi dollari, in crescita del 15,7% sul 2016 con utile netto di 7,3 miliardi di dollari (+28,1%). Per quasi la metà (49,4%) questo fatturato a livello globale è realizzato nel business “carrier”, quello delle reti. Il 9% arriva dall’enterprise (cloud, big data) e il segmento consumer pesa il 39,4 per cento. In Italia – qui i dati sono per il 2016 ma servono a dare un’idea dell’ordine di grandezza – il carrier vale il 43,7% del giro d’affari e il consumer va addirittura oltre il 50.

Non a caso per Huawei l’Italia rappresenta il secondo mercato mondiale nel consumer, dopo la Cina. E non è un caso nemmeno che qui abbia voluto stabilire un suo centro ricerca specializzato sul microwave, le microonde. In sostanza qui si lavora per perfezionare i ponti radio per le reti mobili ma si studiano anche possibilità di sfruttamento di altissime frequenze: 90 e 150 Ghz. «Lavoriamo su tutto quello che serve al mondo wireless per le altissime frequenze. Se si ha bisogno di molta capacità, e servirà molta capacità già ora per supportare i 10 o 20 giga al secondo del 5G – aggiunge Lombardi – ci sarà bisogno di spettro».

Qui insomma, fra computer, postazioni, stanze con pannelli anecoici – per valutare senza distorsioni il futuro segnale 5G – Huawei studia le possibilità di comunicazione sulle frequenze più alte e lo fa per tutto il mondo. I risultati di studi e indagini vengono fatti propri dall’headquarter in Cina e sfruttati per le attività del gruppo nel mondo. Il centro ricerche – complementare dunque a tutta una rete di altri centri, attivi su altre tematiche, in vari paesi d’Europa e che a Huawei costi una quindicina di milioni annui – nasce nel 2008 e nasce per seguire l’esigenza dell’azienda cinese di smettere i panni dell’azienda subfornitrice e di vestire quelli di società che vende a marchio proprio componenti dei ponti radio. Allora si partì con due persone a Segrate mentre ora, racconta Lombardi, «siamo un centinaio». Entro quest’anno ne dovrebbero entrare un’altra decina, che comunque vuol dire il 10% in più. «Il problema grosso – aggiunge – è il “mismatch” fra domanda e offerta di competenze. Infatti stiamo parlando e portando avanti attività ad hoc con alcuni atenei italiani per supportare corsi di studio di un certo tipo».

In Italia Huawei collabora con 14 università e nel centro ricerche di Segrate il 25% della forza lavoro è lì con un dottorato di ricerca. Ma quando finirà? «Li assumeremo». Del resto la difficoltà sta proprio nel trovarsi a disposizione persone con le giuste competenze. «Un po’ di cervelli siamo riusciti a riportarli in Italia», dice Lombardi segnalando il paradosso di un rientro dall’estero che “funziona meglio” del reclutamento di certi profili in patria. Comunque, a far gioco in questo senso c’è la nostalgia di casa, ma anche l’opportunità di fare ricerca applicata in un certo modo, «con soddisfazione professionale molto forte». Su questo versante la testimonianza arriva anche dai numeri. Qualcosa vorrà pur dire che nel 2017, con un sorpasso “storico”, è stata proprio Huawei a conquistare il primato del numero di brevetti (2.398) depositati all’ufficio europeo (Epo). Da Segrate «nel 2017 abbiamo messo agli atti una ventina di brevetti». Negli anni «saranno stati un centinaio».

Nel frattempo, poco dopo le 12 il silenzio viene interrotto da un’atmosfera di fine giornata per nulla confacente all’orario. «Hanno appena terminato una sessione di lavoro con colleghi cinesi. Lì sono le 18. E credo che la conferenza sia andata avanti dal mattino».

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