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È stalking controllare l’abbigliamento della compagna e le sue amicizie

Sì alla condanna per atti persecutori. Non passa la tesi del difensore dell’uomo secondo il quale gelosia e “regole” sono fisiologiche in un rapporto di coppia

di Patrizia Maciocchi

(AdobeStock)

2' di lettura

Rischia la condanna per stalking il convivente geloso che controlla l’abbigliamento della sua compagna e gli amici che frequenta. Con una sentenza, che inquieterà parecchi uomini, la Cassazione conferma la condanna per atti persecutori nei confronti di un fidanzato che pretendeva di scegliere il look della sua convivente e anche di monitorare i suoi spostamenti. La Suprema corte prende dunque nettamente le distanze dalla tesi della difesa secondo la quale si trattava di comportamenti messi in atto durante la convivenza, e dunque da considerare del tutto fisiologici nell’ambito di un “amorevole” rapporto di coppia. L’avvocato del geloso fidanzato, infatti, pur ammettendo che la marcatura stretta era frutto della gelosia, considerava gli atti censurati «dettati dalle regole che una relazione di coppia può comportare e richiedere, essendo nella fisiologia di essa “pretendere” che il partner si comporti in un determinato modo, adotti un determinato stile di vita, che involga non solo il comportamento e le abitudini ma anche lo stesso modo di vestire».

I limiti alle interferenze nella vita del partner

La Cassazione non è per nulla d’accordo sull’inevitabilità e sulla natura innocua di queste “interferenze” nel corso di un rapporto sentimentale. Per i giudici di legittimità non si può «certamente affermare che costituisca espressione tipica di una relazione sentimentale assumere atteggiamenti limitativi della libertà altrui». E questo, precisa la Suprema corte, al di là di come può reagire la persona offesa che, in prima battuta, può scambiare questa forme di controllo «per manifestazioni di affetto e di attenzione». Azioni però mai giustificabili perché possono degenerare in comportamenti persecutori. Nel caso esaminato, infatti, la donna aveva alla fine interrotto la convivenza spinta proprio da uno stato di ansia e di timore. La Cassazione sottolinea dunque che la gelosia, malgrado non possa essere definita di default una molestia tipica, può certamente diventare un reato, se «trasmoda in reiterati comportamenti tendenti a limitare la libertà dell’altra parte anche attraverso il controllo dei suoi movimenti o che di fatto incidono nella sfera altrui imponendo atteggiamenti asseritamente consoni con il rapporto di tipo sentimentale instaurato». In più conclude la Cassazione il fatto che il tutto avvenga quando il rapporto è ancora in piedi è semmai un’aggravante.

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