Mostra del Cinema di Venezia 2021

«È stata la mano di Dio»: Sorrentino emoziona con il suo film più intimo e personale

In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia il nuovo lungometraggio del regista partenopeo in lizza per il Leone d’oro. In competizione è stato presentato anche l’atteso «The Power of the Dog» di Jane Campion

di Andrea Chimento

3' di lettura

Il cinema italiano è già grande protagonista alla Mostra del Cinema di Venezia: durante la seconda giornata della kermesse è stato presentato il nuovo lungometraggio di Paolo Sorrentino, «È stata la mano di Dio», film tra i più attesi dell’intera manifestazione.
Si tratta del primo titolo di casa nostra proposto in concorso quest'anno, in un inizio di Mostra fortemente connotato dai colori italiani dopo la consegna del Leone d'oro alla carriera a Roberto Benigni, a cui è seguita una masterclass dell'attore e regista toscano.

Maradona

Contando il precedente «Loro» come un doppio film (esattamente com'è uscito nelle sale), «È stata la mano di Dio» è il decimo lungometraggio firmato da Paolo Sorrentino e forse il numero non è un caso, dato che fin dal titolo c'è un esplicito riferimento a Diego Armando Maradona.

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Per il regista napoletano si tratta di un ritorno a casa, non soltanto perché il film è ambientato nella sua città natale ma anche perché molto di ciò che viene raccontato nella pellicola è fortemente ispirato alle esperienze personali di Sorrentino, unite a storie inventate o che gli sono state raccontate da altri.

Anni Ottanta

Siamo negli anni Ottanta e il giovane Fabietto è in cerca di un proprio posto nel mondo. Due eventi arriveranno a sconvolgere la sua intera vita: il primo è l'arrivo a Napoli di Maradona, il secondo una tragedia personale che lo porterà a crescere prima del tempo.

Un racconto di formazione di grande intensità

È un vero e proprio racconto di formazione «È stata la mano di Dio», titolo dalla doppia valenza che fa riferimento sia al gol segnato con la mano da Maradona ai mondiali del 1986, sia al fatto che Fabietto (e lo stesso Sorrentino) si sia salvato proprio grazie a una partita del Napoli. I genitori del regista morirono asfissiati nel sonno dal monossido di carbonio mentre si trovavano in vacanza a Roccaraso: il figlio doveva essere con loro, ma quella volta non li aveva seguiti perché il padre gli aveva permesso di andare vedere la sua squadra del cuore in trasferta allo stadio.

Sorrentino va a sublimare questa e altre esperienze intime in un lungometraggio che è una girandola di emozioni, diviso tra passaggi molto divertenti con al centro la variopinta famiglia del protagonista e momenti estremamente drammatici e fin commoventi. Il regista de «Il divo» e «La grande bellezza» ha firmato così un altro ottimo film, con cui è tornato a girare a Napoli a circa vent'anni di distanza dal suo esordio, «L'uomo in più».

Sono diversi i riferimenti a Fellini (si veda ad esempio la parte conclusiva) in una pellicola che mette insieme gioie e dolori, rimanendo sempre in grande equilibro e con una forza stilistica impressionante, come dimostra anche la notevole sequenza iniziale. Da segnalare che il film arriverà in alcune sale a fine novembre e poi su Netflix dal 15 dicembre.

The Power of the Dog

Altro film molto atteso presentato in concorso è «The Power of the Dog» di Jane Campion: la regista neozelandese, Palma d'oro a Cannes per «Lezioni di piano» nel 1993, ha scelto di adattare l'omonimo romanzo di Thomas Savage del 1967.Al centro della trama ci sono due fratelli, Phil e George. Il primo è un carismatico allevatore, che incute paura e rispetto alle persone attorno a lui, il secondo un uomo decisamente più timido e insicuro. Quando George porta a vivere nel ranch di famiglia la nuova moglie e il figlio di lei, Phil inizierà a tormentarli finché alcune dinamiche lo renderanno più vulnerabile che mai.

Dodici anni dopo «Bright Star», Jane Campion torna finalmente a firmare un lungometraggio e conferma il suo grande talento visivo: in «The Power of the Dog» si sente il tocco dell'autrice soprattutto nel rapporto tra gli esseri umani e l'ambiente che li circonda, oltre che per le sottili dinamiche erotiche che si sviluppano tra i personaggi in scena. Inizialmente il film fatica un po' a carburare e c'è qualche passaggio di sceneggiatura poco accattivante, ma alla distanza la pellicola cresce fino a raggiungere i suoi passaggi migliori con l'approssimarsi della conclusione.Non tutti i personaggi sono sviluppati al punto giusto (George e la moglie sono rappresentati in maniera piuttosto semplicistica), ma la figura di Phil – ben interpretata da Benedict Cumberbatch – è scritta magnificamente tanto da risultare uno dei personaggi più interessanti e sfaccettati di tutta la carriera di Jane Campion.

Dalla regista neozelandese ci si poteva aspettare anche di più, ma nel complesso rimane un film convincente, un po' troppo altalenante ma comunque ricco di momenti di grande cinema.

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