la politica dei paesi arabi

È Teheran il vero obiettivo

di Alberto Negri

Marka

3' di lettura

L’isolamento del Qatar da parte dell’Arabia Saudita, degli Stati del Golfo e dell’Egitto è la conseguenza di una ruggine antica ma soprattutto del viaggio di Donald Trump a Riad il 19 maggio. Il presidente americano ha abbracciato la visione saudita, condivisa anche da Israele, che mette sullo stesso piano la lotta ai jihadisti dell’Isis con quella alla Repubblica islamica dell’Iran. In cambio di 110 miliardi di dollari di commesse militari, gli Stati Uniti hanno quasi “venduto” la testa dell’emiro al-Thani, simpatizzante dell’Iran, che potrebbe rischiare la sorte del padre Hamad, l’uomo che aveva “inventato” il Qatar, con al-Jazeera e una politica estera indipendente: per questo fu costretto dalle pressioni saudite ad abdicare in favore del figlio nel 2013.

L’accusa dei sauditi, appoggiati dall’Egitto, è che il Qatar sostiene i Fratelli Musulmani, i gruppi salafiti e il movimento palestinese Hamas. Tutto questo è assolutamente vero. Ma le accuse al Qatar di favorire il terrorismo potrebbero essere rivolte anche all’Arabia Saudita e alle altre monarchie del Golfo. Quindi per i sauditi si tratta di trovare un capro espiatorio del terrorismo jihadista per poter contrastare il suo vero rivale nel Golfo, l’Iran. È questa la moneta di scambio con gli Usa, che in Qatar hanno ancora un quartier generale con 10mila soldati, e che avrebbero voluto fondare una “Nato araba” anti-terrorismo oggi trasformata in una coalizione anti-iraniana.

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Questa crisi del Golfo, in pieno Ramadan, è la conseguenza della sconfitta del fronte sunnita in Siria.

Le monarchie hanno perso la guerra contro il regime di Damasco, sostenuto da Iran, Russia e Hezbollah libanesi e tentano una rivincita bloccando l’influenza della Repubblica islamica. Gli Stati Uniti e l’Occidente devono però stare in guardia: un’ondata di instabilità tra monarchie labili e con nessuna base di consenso democratico potrebbe avere sviluppi imprevedibili, come già accadde con le “primavere arabe” del 2011. Se l’isolamento del Qatar dovesse continuare non si possono escludere ritorsioni contro i Paesi che fanno affari con Doha, tra questi anche l’Italia che per la verità cerca di conquistarsi quote di mercato in tutti gli Stati del Golfo. L’Europa - in particolare Gran Bretagna e Francia - ha già fatto in parte la sua scelta a fianco della monarchia saudita: il premier britannico May ha compiuto il suo primo viaggio all’estero a Riad, difendendo a spada tratta l’impegno militare inglese con i sauditi nella guerra in Yemen contro gli ribelli sciiti Houthi, e i francesi, dopo avere a lungo intrattenuto rapporti con il fondo sovrano del Qatar, si sono affidati agli investimenti sauditi per salvare la loro industria nucleare. L’Italia come al solito sta in mezzo ma dovrà valutare gli effetti in Libia dove il generale Khalifa Haftar, rivale del governo di Tripoli di Sarraj, si è schierato contro il Qatar.

Siamo di fronte a una vicenda contradditoria e lacerante. Il Qatar ha sostenuto gli estremisti islamici che la Turchia ha fatto passare sull’”autostrada della Jihad” per combattere in Siria. Ma cospicue donazioni ai jihadisti sono venute anche dagli altri Paesi del Golfo. Quindi l’accusa di terrorismo è in realtà collegata ai buoni rapporti intrattenuti da Doha con Teheran. I sauditi, con l’incoraggiamento israeliano, hanno chiesto ad americani, inglesi e giordani di tagliare il “corridoio” dei rifornimenti iraniani a Damasco e Hezbollah. Questa posta in gioco vale quanto la guerra all’Isis e la spartizione della Siria.

Mentre i Saud hanno colto al volo la visita di Trump per riposizionarsi come bastione anti-terrorismo, il Qatar non aveva intuito che era finita l’epoca della sua politica “indipendente” dalle altre monarchie arabe.

Non importa se proprio il wahabismo, dottrina religiosa radicale comune sia al Qatar che all’Arabia, sia la base ideologica di numerosi movimenti radicali islamici. Quel che conta oggi è opporsi alla “Mezzaluna sciita” dell’Iran che in questi anni ha combattuto davvero contro jihadisti ed estremisti sunniti, difendendo i suoi interessi strategici in Siria e in Iraq.

La nuova alleanza capeggiata da Riad contro Doha e Teheran ha solidi presupposti economici e finanziari ma è assai fragile se si scava dentro la realtà dei fatti. L’Occidente si schiera guardando al portafoglio, con la speranza di contenere il terrorismo anche attraverso coloro che lo hanno alimentato e ora dicono di volerlo combattere. Vedremo se sarà un altro calcolo sbagliato, uno dei tanti che hanno costellato la storia del Medio Oriente in questi decenni.

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