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È tempo che ognuno faccia davvero la propria parte

Dall’educazione in famiglia e a scuola ai posti di lavoro, dalla politica alla magistratura, dalle forze dell’ordine alle associazioni, la lotta alla violenza sulle donne è solo cominciata

di Monica D'Ascenzo

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Dall’educazione in famiglia e a scuola ai posti di lavoro, dalla politica alla magistratura, dalle forze dell’ordine alle associazioni, la lotta alla violenza sulle donne è solo cominciata


2' di lettura

La dichiarazione dei diritti delle femmine: giocare con le macchinine, arrampicarsi sugli alberi, scegliere il mestiere che vogliono, arrabbiarsi e difendersi. La dichiarazione dei diritti dei maschi: giocare con le bambole, essere puliti e profumati, farsi coccolare, essere spaventati e poco muscolosi. Recitano così due pagine di un libro di seconda della scuola primaria. Non in uso decenni fa, ma oggi. Due pagine che danno la misura della cultura in cui stiamo crescendo i nostri figli. La Costituzione italiana ci dice che abbiamo uguali diritti, eppure è necessario mettere nero su bianco e insegnare che una bambina può fare da grande la giudice, l’astronauta e la chirurga e un bambino può fare l’ostetrico, il maestro e l’infermiere, secondo il libro in questione che ricade negli stereotipi che vorrebbe abbattere.

Parte tutto da qui, anzi ancora prima dall’educazione familiare, quello che poi viviamo ogni giorno da adulti: in Italia lavora meno di una donna su due, le donne guadagnano meno dei loro colleghi a parità di ruoli, i lavori di cura sono sulle spalle delle donne tre volte di più di quanto lo siano su quelle degli uomini, le donne manager sono meno di un quarto nelle aziende italiane. E si potrebbe continuare snocciolando dati e statistiche. Ma cosa c’entra questo con la violenza sulle donne? In Italia tre donne su 10 hanno subito violenza durante la propria vita: si tratta di 6 milioni 788 mila persone. E questa onda di crimini si può fermare solo partendo dall’educazione e dalla cultura fin dall’infanzia e dando alle donne pari opportunità e dignità, come ha ricordato ieri lo stesso premier Giuseppe Conte.

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Un cambiamento che deve vedere schierati dalla stessa parte tutti: politica, istituzioni, scuola, forze di polizia, magistratura, aziende, associazioni. Ognuno chiamato a giocare il proprio ruolo perché l’Italia possa rispondere in modo responsabile e deciso ai rilievi che le vengono dall’Europa e dalle Nazioni Unite. Alcune norme ci sono e altre, come quelle sul recupero dei maltrattanti o sui rilevamenti statistici periodici, sono in discussione in Parlamento. Eppure l’attuale impianto normativo non riesce ad aggredire un fenomeno strutturale per il nostro Paese. Restano ancora tante le zone d’ombra che devono essere sanate se si vuole davvero dare una risposta a quante denunciano e a quante, per paura di una vittimizzazione secondaria, non hanno il coraggio di farlo. Servono leggi ben applicate, servono fondi per le case rifugio, serve formazione per chi lavora in prima linea, serve assistenza per chi denuncia, servono statistiche chiare, serve un maggior raccordo tra procedimenti penali e civili, servono una narrazione e un linguaggio diversi sui media. La vera differenza la fanno poi tutte le persone chiamate a interagire con le donne vittime di violenza nel percorso di denuncia: dagli operatori sociali alle forze dell’ordine, dagli avvocati alla magistratura. Lo Stato deve esserci,ma non si può sostituire alle responsabilità individuali di ognuno di noi.

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