Interventi

È il tempo di pensare al domani: tre idee, partendo dai servizi pubblici

I servizi devono essere al centro delle politiche pubbliche, superando diffidenze e discussioni teoriche ed identitarie

di Alfredo De Girolamo

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(Reuters)

I servizi devono essere al centro delle politiche pubbliche, superando diffidenze e discussioni teoriche ed identitarie


4' di lettura

È ora che si deve pensare al dopo, perché dopo sarebbe tardi. È dentro l'emergenza Coronavirus che si deve affrontare un'inedita questione sociale. L'epidemia passerà ma ci ritroveremo in una società diversa, plasmata dalle misure che saremo in grado di prendere oggi per affrontare la crisi.

Dal Governo sono venute prime risposte, altre e all'altezza della situazione, ci auguriamo, seguiranno presto. Bisogna andare avanti con serietà e determinazione, definendo adesso un Piano per la ripartenza. Pur subordinando l'avvio della seconda fase ai dati sulla situazione sanitaria, con scelte rigorose e prudenti.

Ma occorrerà quanto prima dare a cittadini ed imprese un orizzonte di massima della riapertura, sulla base del quale programmare le future attività, scelte, spese, investimenti.

C'è bisogno di futuro, adesso. Un piano per i prossimi mesi, per non perdere il 2020.

Poi ci sarà da gestire la terza fase, una volta usciti definitivamente dalla crisi, la nostra vita normale futura che sarà diversa da quella di due mesi fa. Questa lunga e terribile emergenza ci sta rendendo evidenti alcune cose che avevamo dimenticato o date troppo per scontate.

Primo: il nostro sistema sanitario pubblico è una macchina di grande qualità, fatta di uomini e donne, ospedali, centri di ricerca con alte competenze e un senso civico incredibile, non li ringrazieremo mai abbastanza.

Secondo: i servizi pubblici essenziali funzionano bene e stanno dando un contributo importante alla vita di cittadini ed imprese: non solo forze dell'ordine e protezione civile, ma acqua, rifiuti, farmacie, energia, trasporti. Imprese e lavoratori che stanno garantendo servizi essenziali in una situazione di grande difficoltà, dove si fa fatica anche ad avere le mascherine.

Due mondi che stanno dando sicurezza ai cittadini, chiusi in casa, ma consapevoli che fuori le cose funzionano. Portoni chiusi, servizi aperti. Questo il senso in un felice slogan. Insomma abbiamo riscoperto l'enorme importanza dei servizi pubblici, oggetto negli scorsi anni di tagli di spesa, campagne di fango, fake news. Facile sparare addosso a questo mondo complesso quando le cose vanno bene, poi arriva una crisi e scopriamo quanto siamo fragili e quanto è importante avere una farmacia aperta sotto casa, qualcuno che ritira i rifiuti, l'acqua che esce dal rubinetto e che puoi bere, il gas e l'energia elettrica funzionanti, trasporti pubblici che girano anche se in modo ridotto.

Dobbiamo ricordarci di queste cose quando la crisi sarà finita e la ripresa arriverà, speriamo presto. Una crisi che ci avrà cambiato e da cui dovremmo trarre insegnamenti duraturi.

Provo ad elencarne tre:
- la rete di servizi pubblici, tutti, dalla sanità ai servizi locali ambientali, energetici e dei trasporti, dal welfare alle farmacie, è fondamentale in un paese moderno e maturo. I servizi pubblici sono un asset strategico della sicurezza nazionale, che va rafforzato, ancora meglio regolato, messo in condizione di lavorare bene in periodi normali, per essere sempre pronti ad affrontare le situazioni di crisi.

Le discussioni ideologiche pubblico/privato, non servono a niente, serve solo un sistema che funziona. I servizi pubblici sono per definizione pubblici: va aumentata la spesa sanitaria, regolata bene la gestione dei servizi locali consentendo investimenti, innovazione, manutenzioni, occupazione qualificata. I servizi devono essere al centro delle politiche pubbliche, superando diffidenze e discussioni teoriche ed identitarie.

- questa crisi ci ha fatto capire quanto continuiamo incredibilmente ad essere un Paese ingessato da leggi, regolamenti, conflitti di competenze, interpretazioni. Un Paese in cui i decisori politici e burocratici sono più preoccupati di non incappare in controlli e reati assurdi, che non di fare funzionare bene le cose.

Siamo arrivati ad un tale livello di paralisi, che per gestire ogni emergenza siamo costretti a nominare commissari, ad approvare deroghe, a sospendere procedure, inutilmente complicate. Dal Ponte di Genova, all'emissario di sinistra d'Arno a Firenze, al Coronavirus: per fare le cose dobbiamo dimenticare le procedure ordinarie e usare il buon senso e il pragmatismo. Nessuna ripresa economica sarà possibile se rimarremo così ingessati alla fine di questa crisi. Per fare investimenti, rilanciare l'economia e creare occupazione serve un paese semplice, dove si possono fare le cose rapidamente, dove ci si fida delle imprese fino a prova contraria e non viceversa.

- questa crisi ci ha fatto vedere quanto siamo poco resilienti e quanto avere meccanismi di adattamento alle emergenze sia importante in un Paese maturo. Allora nelle fasi “ordinarie” della vita sociale ed economica, dobbiamo programmare le modalità di resilienza alle crisi (siano esse epidemie, economiche, attacchi terroristici, ambientali e climatiche).

Per esempio questa crisi ci insegna che abbiamo pochi impianti per i rifiuti: è saggio quindi realizzarne non solo quanto serve per la vita ordinaria, ma anche quanto può servire in fasi di crisi, avere delle riserve, una dotazione di scorta. Questo fa un Paese normale, responsabile, civile. Dobbiamo abituarci a crisi ricorrenti di diversa natura, occorre quindi rafforzare stabilmente la nostra resilienza, non pensarci quando le crisi ci sono, ma prima.
Tre idee per come gestire la ripartenza.

Alfredo De Girolamo (@degirolamoa)

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