le centrali in gran bretagna

E le tensioni con Pechino affondano il nucleare

A rischio la joint venture tra la francese Edf e la cinese Cng per costruire i reattori

di Rita Fatiguso e Simone Filippetti

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(Reuters)

A rischio la joint venture tra la francese Edf e la cinese Cng per costruire i reattori


3' di lettura

La sterzata sull’eolico non elimina il vero problema del primo ministro Boris Johnson: il destino del nucleare britannico. Il Governo non sa che pesci prendere, il piano Net Zero 2050, incentrato proprio sull’energia nucleare, si sta sgretolando a causa delle continue frizioni con la Cina.

Problemi di geopolitica

Un quadro sempre più drammatico. L’ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming, esacerbato dal voltafaccia del Governo sul 5G di Huawei e, ancor di più, dalle proteste pro Hong Kong che hanno accerchiato la sede diplomatica nel giorno della festa della Repubblica popolare cinese, non demorde: Pechino vuol uscire dalla joint venture tra la cinese Cng e i francesi di Edf per la costruzione della metà delle sei infrastrutture pianificate - Bradwell e Sitewell, in attesa di via libera, mentre Hinkley Point C, nel Somerset, è l’unica in cantiere, ma già fuori di 3 miliardi di sterline sui 22,5 di budget.

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Un’enormità in tempi di pandemìa. Cng ha il 33% delle quote di Hinkley Point C, mentre i francesi possiedono i restanti due terzi. E il 20% di Sitewell, 32 ettari di paludi e boschi da cementificare per una centrale da 3,2 gigawatt buona a coprire il 7% del fabbisogno nazionale di elettricità.

A Bradwell, nell’Essex, è prevista una nuova centrale nucleare: 183 ettari di impianto che produrrà oltre 2 gigawatt di elettricità e pescherà 220 milioni di litri di acqua dal mare per raffreddare il reattore nucleare HPR 1000.

La missione impossibile di Boris Johnson

Le altre tre centrali Moorside, Oldbury e fino a poche settimane fa, anche Wylfa nell’Anglesey, sono state abbandonate. I giapponesi di Hitachi hanno voltato le spalle al Galles abbandonando il progetto di un sito da 20 miliardi che avrebbe coperto il 6% del fabbisogno energetico nazionale senza creare energia da derivati del petrolio.

Mentre si ipotizzava che l’uscita dei giapponesi potesse accelerare l’ok su Sitewell, la vera missione impossibile di Boris Johnson, adesso, è trovare i fondi per liquidare i cinesi. L’ennesimo cul de sac dal quale il Governo dovrà liberarsi, trovando un altro investitore o accollandosi, come Stato, l’onere corrispondente. Ma le casse sono vuote, il debito pubblico è schizzato alle stelle.

I cambiamenti della politica internazionale e gli effetti del Covid-19 hanno picchiato duro sulle velleità britanniche. E lo scenario è diventato incerto per un Paese “virtuoso” come la Gran Bretagna che da tempo ha sposato la causa dell’elettricità “pulita”, libera da combustibili fossili.

Un problema di alleanze e di costi

Se già oggi dipende da petrolio e carbone per il 10% e il grosso, il 40%, arriva dal gas, è anche vero che le fonti rinnovabili, da sole, non bastano.

Ma il piano nucleare, benedetto da tutte le amministrazioni senza distinzione di colore politico, oggi si scontra con il problema delle alleanze e dei costi proibitivi delle centrali: senza alleanze è impossibile procedere da soli. Edf e Cng avrebbero garantito, rispettivamente, know how francese e fondi cinesi. Rilanciare l’energia eolica non sarà sufficiente a rimettere a posto le cose.

Con la Brexit, la Gran Bretagna è rimasta fuori dal Dialogo di alto livello sui cambiamenti climatici appena siglato tra Cina ed Europa e rischia di arrivare alla Cop26 di Glasgow (nel 2021) isolata, mentre il più fido alleato della Gran Bretagna resta Donald Trump, che ha voltato le spalle all’accordo di Parigi. Infine, alla corte di Boris Johnson è approdato come ambasciatore del commercio britannico l’ex premier australiano Tony Abbott, fiero negazionista climatico.

Un reattore simbolo

Il reattore spento del villaggio di Bradwell, dove tutto è iniziato - è la culla del nucleare britannico - è il simbolo di una infatuazione rinnovata nei decenni da governi conservatori e progressisti. Nel 2006 all’epoca della Cool Britannia di Tony Blair il new Labour guardava con simpatia al nucleare: il maggior sponsor politico di Hinkley Point è stato l’ex ministro laburista Barry Gardiner.

Un posto isolato, Bradwell, sede di una base aerea della RAF da dove partivano gli attacchi ai nemici tedeschi. Uno di quei posti inglesi in cui il tempo si è fermato (e anche il treno, che arriva solo fino a Southminster). Lo scheletro della vecchia centrale inaugurata negli anni Sessanta dalla Regina Elisabetta è sempre lì. Ormai, la tomba delle ambizioni nucleari britanniche.

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