Vino

E’ toscano il secondo miglior Sirah al mondo (e lo producono due ex campioni della City)

di Giambattista Marchetto

4' di lettura

Lui discendente di un nobile casato veronese, studi universitari a Londra e una carriera avviata nel trading in JP Morgan. Lei nata a Manchester e vissuta a Londra, brillante sales manager in Goldman Sachs alla testa di un team di 600 persone. Insieme cercano una casa a Saint-Tropez, ma poi si spostano sulla costa toscana (dove lui andava in villeggiatura da bambino) e alla fine decidono di comprare qualche ettaro di campagna nel Grossetano.
A raccontarla così sembra la sceneggiatura di un film natalizio dedicato a una coppia di successo che abbandona la City e sceglie la campagna a due passi dal Tirreno. È invece la storia vera - raccontata col piglio dello storyteller - della nascita di un sogno fatto di vini accuratamente preparati e di un'etichetta apparsa sul mercato meno di dieci anni fa.

Startup del vino bio
Per la verità i due continuano a far base a Londra, presi tra bond e commodities, ma affidano i terreni alle mani sapienti dell'enologo Luca D'Attoma. «I terreni erano incolti da trent'anni, quindi non è servita la conversione al biologico. Era tutto integralmente bio - ricorda ancora Manfredo - Lo studio dei terreni ci ha portato alla piantumazione dell'autoctono Sangiovese grosso e poi di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Syrah e un piccolo appezzamento di Petit Verdot».
I filari vengono composti tra il 2003 e il 2004, in una zona ancora poco battuta pur essendo al centro tra Bolgheri e Montalcino. Gli Antinori, i Rotschild, ma anche Zonin arrivano dopo con centinaia di ettari e con loro la Doc Monteregio e l'Igt Maremma Toscana.
Una “nicchia” di successo
«I nostri 7 ettari di vigna sono una nicchia», chiosa il fondatore. Eppure le soddisfazioni arrivano davvero velocemente. Nel 2006 la prima vendemmia e nella vinificazione il focus rimane sul Monteregio (85% Sangiovese, 10% Syrah, 5% Cabernet Franc), nel 2007 entrano in scena anche i due supertuscans Docet (50% Cabernet Franc, 50% Cabernet Sauvignon) e Sustinet (100% Syrah). Alla seconda annata (2008) arrivano i primi riconoscimenti: i degustatori di Decanter Magazine scovano il Sustinet che ottiene una medaglia d'oro, ma soprattutto è nella top ten dei migliori organic wines e al secondo posto tra i migliori Syrah al mondo. A stretto giro Docet e lo stesso Sustinet si guadagnano le tre stelle anche da Veronelli.

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«Al Vinitaly siamo stati presi d'assalto dai buyer giapponesi - racconta ancora Manfredo - poi siamo approdati in Svizzera, in Danimarca e in UK, dove abbiamo relazioni dai tempi del lavoro a Londra». Sì perché nel frattempo si è imposto un aut-aut: la City o la vigna. «Nel 2011 abbiamo mollato la carriera nella finanza. Tre figli e un wine resort rendevano difficile giostrarsi e ogni telefonata era un'emergenza. Ci siamo spostati a Padova».
Ora il ceo fa la spola con la Toscana e spesso si porta i ragazzi in vigna.
Vini pregiati e Wine Experience
Fin dall'avvio Conti di San Bonifacio si struttura su un progetto aziendale preciso. Il casale circondato dalle vigne diviene un Wine Resort dedicato a una fascia di mercato alta, nel quale gli ospiti entrano in contatto con tutte le attività legate alla vigna e al vino: dalla vendemmia alla vinificazione, fino alla degustazione guidata. Con un team di 22 persone dedicato alla gestione, il resort attrae principalmente la clientela internazionale.
Nel frattempo l'ospitalità non distoglie l'attenzione dalla qualità del vino. Sotto lo sguardo attento di D'Attoma e del fattore Ilario Veronesi, la vendemmia è tardiva. I terreni argillosi ricchi di minerali e l'escursione termica dei mesi estivi (fino a 20 gradi), assieme all'aria che viene dal mare, danno una struttura importante ai vini senza che perdano in finezza. Emergono freschezza e mineralità, pur nella complessità.

Il Sangiovese fa barrique di secondo o terzo passaggio, mentre i vitigni internazionali stanno in legno nuovo. I vini fanno dai 12 ai 18 mesi di legno, poi assemblaggi e maturazione variano con le annate in funzione delle specificità.
La produzione è ancora contenuta: 20-25mila bottiglie di Monteregio, 6-8mila di Docet e 3-5mila di Sustinet.
Tutto è biologico fin dalla piantumazione, ma sulle bottiglie (stampate su vetro) non è indicato «perché non volevamo rinchiuderci in una nicchia che non sempre viene considerata eccellenza», chiarisce Manfredo.
L'affondo negli States
Autunno 2012. «Mi riferiscono che un ospite, uno chef dagli Stati Uniti, vuole parlarmi . Mi dice che la sua compagna è stata impressionata dai vini e che lui, non potendo bere, si è fatto conquistare dai profumi. E mi propone di importare i vini Conti di San Bonifacio nei suoi 15 ristoranti nel Delaware, oltre che in un centinaio di locali in Pennsylvania. Lui era partito come lavapiatti dopo esser uscito dal carcere e, divenuto chef, aveva costruito un impero assumendo solo ex carcerati. Siamo diventati amici, ho girato gli States con lui. È morto nel 2014, ma ha lasciato tutto ai suoi dipendenti che oggi portano avanti il business. E noi continuiamo ad avere un rapporto stretto con quella che era la sua community».
Ora gli Usa sono il primo mercato, assorbendo il 60% della produzione, e per rispondere alla domanda l'azienda potrebbe ampliare la produzione.
Uno 'stemma' da far crescere
Conti di San Bonifacio, prima che un marchio commerciale, è uno stemma di famiglia. E Manfredo, pur avendolo ridisegnato graficamente per svecchiarlo, vuole proteggerne l'evoluzione. «Non vogliamo comprare uva o vino da altri - dichiara - abbiamo ancora spazio per espandere le vigne, ma puntiamo a crescere a fronte di una espansione della domanda».
Oltreoceano ci sono ancora ampi margini di crescita - le grandi città son di fatto scoperte - e la vera sfida è il mercato italiano, che oggi pesa solo per il 20 per cento. «Quando abbiamo iniziato i quantitativi erano bassi, ma poi in mezzo alla crisi i pagamenti qui erano insostenibili (fino a 360 giorni) e per questo ci siamo concentrati sull'export. Ora stiamo lavorando sull'Italia, ci siamo consolidati e possiamo reinvestire».
E in parallelo ci sono anche piccole produzioni di olio biologico e grappa.

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