la letteratura circostante / 10

E tutto finisce in poesia

di Gianluigi Simonetti

6' di lettura

Domenica scorsa ci siamo chiesti cosa resta del Novecento nella lingua narrativa di questi anni. E abbiamo registrato, alla prova dei fatti, un progressivo allontanamento dal passato, inteso come modello di uno stile «scritto», sensibile alle forme di prestigio. La maggior parte dei nostri prosatori – specie i nati dagli anni Settanta in poi – sembrano servirsi di un linguaggio che può essere più o meno elaborato, realistico e efficace, ma che (con importanti eccezioni) non ha o non vuole avere una componente letteraria alle spalle. Le parole della nostra narrativa sono spesso quelle che si trovano per strada, o in tv, o sulla rete: solo occasionalmente provengono da altri libri, e da esperienze culturali non contemporanee.

Sarà interessante controllare, a questo punto, cosa succede sul versante della poesia; tanto più che il rapporto concreto con la lingua letteraria è lì ancora più decisivo che in prosa. Perché la poesia possiede un rilievo formale, e perfino tipografico, che automaticamente la distingue dalla lingua d’uso; e perché il modo in cui una cosa viene detta in versi altera il significato della cosa stessa assai più profondamente di quanto non avvenga nella prosa narrativa. Fondamentale in ogni poesia che si rispetti è infatti la presenza di un respiro, di un ritmo, di una musica - una musica interna, autoprodotta, che mentre induce chi scrive a andare a capo dà evidenza alle parole, anche le più comuni o banali, e ne moltiplica i significati, spingendole a forzare la comunicazione ordinaria. Quella della poesia è quindi una lingua speciale, e al tempo stesso una lingua rituale, identificata da caratteristiche tecniche – lessicali, ritmiche, metriche – che si fanno sentire anche quando non si vedono, nei versi che proclamano di essere liberi. Alcune delle regole del rito (rime, strofe, piedi, eccetera) appartengono a un passato remotissimo; altre, che ne hanno preso il posto, hanno uno o due secoli di vita. Non solo chi rispetta quelle regole, ma anche chi le trasgredisce non può fare a meno di conoscerle – è costretto a confrontarsi con quella tradizione - o almeno lo era, fino a qualche tempo fa.

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Se in narrativa il distacco dal passato è avvenuto con uno smottamento progressivo che è difficile storicizzare esattamente, per la poesia si può parlare di una frana, o crollo, legato a una data simbolica precisa. All’inizio degli anni Settanta – molti studiosi lo hanno messo in evidenza – il linguaggio poetico novecentesco sembra «voler uscire dalla propria pelle» (Berardinelli): la società di massa si fa volgare e rumorosa, la lirica moderna richiede solitudine e silenzio - le parole di quella tradizione suonano di colpo obsolete e impronunciabili. Mentre poeti molto in vista come Montale o Pasolini teorizzano la fine di ogni stile alto, un’intera e promettente generazione di riformatori – Sereni, Luzi, Caproni, Bertolucci – mette a punto un «dimesso sublime» in equilibrio fra vecchio e nuovo, affascinante ma precario. Contemporaneamente si esaurisce la spinta delle neoavanguardie, lasciando sul terreno una proposta di «antipoesia» che rifiuta e sfregia le forme convenzionali di bellezza. Molti giovani poeti che esordiscono negli anni Settanta guarderanno con diffidenza alle tradizioni poetiche novecentesche – quelle votate all’avanguardia come quelle in dialogo con la tradizione - e cercheranno apertamente di sganciarsene, provando strade nuove. Non mancheranno, né mancano, poeti che ancora si alimentano al linguaggio di un certo Novecento (penso oggi a Pusterla, Febbraro, Marchesini); ma certo neanche mancano, sul versante opposto, poeti ben decisi a liquidarlo. Alcuni salgono sul palco, si dedicano a letture ad alta voce, puntano sull’esecuzione e sulla performance, con gusto multimediale; altri si definiscono «di ricerca» - ne abbiamo parlato nella terza puntata – e guardano alla rete, all’arte concettuale: più che poesia fanno «arti poetiche», detestano l’io lirico, ai versi ormai preferiscono la prosa. Alla solfa della lingua speciale hanno smesso di credere da un pezzo; si dedicano a scritture neutre, seriali, protocollari, in cui circoli il minimo indispensabile di tragedia e di energia linguistica. Non cercano scansioni memorabili, né immagini assolute, né simboli; si affidano alla letteralità, al montaggio, all’installazione, stanchi della storia e della ruggine accumulate in due secoli di «poetese» solo scritto e solo letto. Gli uni e gli altri – come molti narratori – si rifanno a tradizioni recentissime e perlopiù non italiane (americane e francesi soprattutto); anche loro preferiscono muoversi in orizzontale, dentro generi fluidi e transmediali. Gli va riconosciuta l’onestà intellettuale di chi sente che comporre una poesia davvero bella - – in un contesto così ostile alla concentrazione e alla profondità - è un dono (o un privilegio) che nessuno può permettersi.

Eppure, la maggior parte dei poeti attivi oggi scommette ancora sulle risorse del moderno, in rapporto ambivalente col passato; e alla crisi del linguaggio lirico novecentesco risponde, mi pare, in due modi diversi. Non due linee, nemmeno due movimenti, ma due atteggiamenti, due opposte reazioni psicologiche a un ambiente che alla tradizione del moderno si fa sempre più ostile e sospettoso.

La prima reazione è stata di tipo euforico, ed è consistita nel ripristino del mito della poesia come emergenza emotiva, espressione spontanea che azzera la storia – per cui in versi è sempre possibile, e anzi si deve, ricominciare ogni volta da capo. Si potrebbe parlare, a questo proposito, di un mito delle origini, che sul piano formale implica scritture volutamente (ma a volte solo apparentemente) semplici, assestate sul linguaggio parlato e su una tecnica al risparmio; oppure fortemente metaforiche e ispirate; ma sempre disposte a far sul serio, senza sensi di colpa, fedeli alle emozioni. Così è stato, dalla «poesia selvaggia» della seconda metà degli anni Settanta a molti autori di scuola romana, attivi ancora oggi (Cavalli, Paris) o da poco scomparsi (Lolini, Zeichen); dai poeti cosiddetti «innamorati», e neo-ermetici, negli anni Ottanta, fino a quello che è forse il maggior poeta italiano vivente: Milo De Angelis.

La seconda reazione, di tipo malinconico, prende atto della crisi, accetta che il linguaggio della tradizione sia ormai una lingua morta, scommette quindi su uno stile postumo. Adoperando metaforicamente il vocabolario della psicoanalisi si potrebbe parlare di una nevrosi della fine, incarnata in scritture manieristiche, sature di storia e di retorica. Se il mito delle origini insiste sulla sincerità e sull’immediatezza, qui prevalgono le mediazioni e tutto è messo fra mille virgolette. Negli anni Ottanta e Novanta si sono mossi in questa direzione poeti maturi e già affermati - come Fortini, Raboni e Giudici – ma anche giovani allora agli inizi, come Valduga o Frasca. Il linguaggio si fa arcaico o aulico, stridente o citazionista; si torna a versi tradizionali, a forme chiuse, premoderne (con effetto postmoderno); alle rime, perfino, ora con divertimento, ora con ironia tragica. Oggi che la moda neometrica si è molto affievolita, la nevrosi della fine preferisce ricorrere direttamente alle risorse dei generi, sfruttando la varietà tipica della versificazione antica, prima che la lirica diventasse egemone. C’è chi (come Tarozzi, Carpi, in parte Viviani) si specializza in testi narrativi o riflessivi, e chi li frequenta occasionalmente, in provenienza dalla lirica (Magrelli, Buffoni, Gezzi). Restiamo comunque nel campo, ben riconoscibile, del linguaggio poetico tradizionale, però si attenua la difficoltà delle metafore e si apre al racconto, alla descrizione, al ragionamento. La lirica come «supergenere», in cui si incontrano privato e infinito, fa un passo indietro, o di lato; accetta di farsi genere tra i generi. Punta anzi a mescolarli tutti – come oggi accade nella narrativa - in cerca di un pubblico non specialistico, di una pronuncia meno ardua e incomprensibile. Ed è forse in questo punto che oggi si incontrano, compenetrandosi, mito delle origini e nevrosi della fine. Come quando il bisogno di obbedire all'emozione si confronta con la scelta di un discorso chiaro e razionale, alleggerito dagli orpelli, dagli automatismi e dai cliché accumulati nel «poetese». Così nei versi ancora lirici, ma quasi senza letteratura, di autori come Dal Bianco, o Fiori.

Tra un’area di ricerca, che vuole di fatto superare la poesia, e i nuovi poeti inclusivi, che vogliono allargare il genere e farci stare dentro il maggior numero possibile di cose, resiste quindi la voce di chi si ostina a intensificare liricamente la propria vicenda individuale: come nella tradizione del moderno. Più che il linguaggio è l’esperienza poetica del Novecento che ritorna, asettica e ghiacciata, nei versi e nelle prose di Guido Mazzoni, il cui nuovo libro è presentato in questa pagina; e che si esprime in forme più tese e visionarie nell’opera di Antonella Anedda o Mario Benedetti, di cui Garzanti ha appena ripubblicato le poesie.

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