l’anteprima di “IL”

E tutto il mondo fuori

Un romanzo sulla Parigi del 1794 racconta un gruppo di reclusi volontari che hanno voluto mettersi al sicuro dal contagio rivoluzionario

di Laura Bosio e Bruno Nacci

5' di lettura

«La paleografia…», stava blaterando il notaio Magny.
«Con voi non si può parlare come tra persone di gusto e buon senso», lo interruppe il banchiere. «Mai sentito parlare di questa…».
«… paleografia», scandì il notaio, e sbuffò fumo dalla pipa. Preso il caffè del mattino con le gallette – la Casa non offriva altro a colazione – i due erano andati a sedersi nel salotto al primo piano, aprendo un'altra delle loro noiose giornate nelle esalazioni che provenivano dall'unico bagno proprio lì di fronte, ma a questo avevano fatto l'abitudine. In fondo, che non accadesse nulla di diverso era quello che ogni mattina tacitamente si attendevano. Il lento sprofondare in una vita senza alternative li avviliva ma non li stupiva più. E come sempre succede avevano finito per affezionarsi al loro letargo, sperando che durasse il più a lungo possibile. I carri che si fermavano al di là del portone per le consegne del cibo o dei panni lavati e stirati non mancavano mai di farli sobbalzare, anche se fingevano di non accorgersi del loro arrivo, e sospiravano di sollievo quando li sentivano ripartire.

«La paleografia è un vanto di noi francesi», proseguì il notaio, « i primi ad avere insegnato la nuova scienza, René Tassin e Charles Toustain, monaci benedettini».
«Credevo vi interessassero solo i nobili di Francia».
«Cosa avete detto?».
Il banchiere ripeté pazientemente la domanda.
«Questo è il punto, signor Meir. Per risalire alle grandi casate in modo sicuro e non impugnabile non bastano quattro vecchie carte ammuffite dove qualcuno ha disegnato un albero con rami da cui pendono nomi illustri. Questo accadeva una volta…e quante nobiltà si sono rivelate delle mezze nobiltà, delle vere bastardie, di quanti marchesi si è scoperto
che venivano da fittavoli o impiegati di corte. Ma ora abbiamo la paleografia, la numismatica e l'archivistica, autentiche scienze come l'astronomia, e le indagini reggono alle contestazioni di lontani eredi, sicofanti, ciarlatani e giudici di provincia o addirittura della capitale».

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Aveva piovuto durante la notte e anche adesso, cessati i grandi scrosci che avevano tormentato il sonno degli ospiti, già turbati dalla notizia portata una settimana prima da Dubois, continuava a scendere una pioggerellina fitta come nebbia. Il banchiere ascoltava nella luce grigia che entrava dal balconcino con lo sguardo fisso al focolare, come se il piccolo antro buio dove in altri periodi aveva brillato un bel fuoco scoppiettante parlasse molto più di cento genealogie, tra le incerte sorti degli uomini, re o regine che fossero. «Voi siete un notaio, avete bisogno di documenti, timbri, sigilli, ceralacche e testimoni, lo capisco. Quando ci sono in ballo cospicue eredità, ci vuole altro che nomi altisonanti appesi ai rami dell'albero di famiglia, lo so bene, mille pertiche di buon terreno valgono un marchesato. E oggi, con l'abolizione dei titoli… Ma le pertiche di vigna nel Bordeaux sono rimaste tali e quali, cambiano solo i proprietari, se alla fine cambiano davvero…».

«Ero un notaio. Come voi eravate un banchiere. Tutti qua dentro siamo stati qualcosa».
Si guardarono per un attimo, senza commentare.
Meir chiese: «Cosa ne pensate di quella… seduta? Voi avete partecipato».
«Duvivier? Un pazzo o un imbroglione. Ha predetto che un volgare assassino mi pugnalerà nelle segrete della Conciergerie».
«E ci credete?».
«Non ho mai fatto male a nessuno e non vedo perché dovrei finire in cella con un malfattore».
«Ma siete qui…».
«Avevo dei concorrenti in città, una cittadina della Bretagna, piccole rivalità, pettegolezzi, solo per portarmi via dei clienti facoltosi».
«Allora non siete un politico? Sappiamo così poco l'uno dell'altro».
«La politica? Non mi riguarda. Il bene e il male ci sono ovunque, da una parte e dall'altra».
«Credete?».
«Voi piuttosto…».
«Ho avuto la sfortuna di prestare denaro al generale
Dum…».
«Non facciamo nomi».
«Era un esponente di primo piano della Rivoluzione, mai avrei potuto immaginare…».
«Immaginare, sì, dite bene. Si immaginano tante cose. Ma perché non vi siete unito alla seduta?».
«Detesto le sedute spiritiche e gli imbonitori».
«Io invece trovo istruttivo tutto questo».
«Istruttivo?».
«Vedete, in questi anni è affiorata sulla superficie della società una nuova schiuma di individui, gente che non avremmo mai supposto potesse esistere e tanto meno guadagnarsi dello spazio, ottenere consenso. Duvivier è uno di loro, e non so fino a che punto reciti la sua parte di Cagliostro oppure…».
Il banchiere abbassò la voce: «Sospettate che sia una…».
«Non vi capisco, non vi seguo. Che brutta parola signor Meir… cittadino Meir… che parola infame da pronunciare! Io non sospetto di nessuno. Il cittadino Duvivier, oltre a spaventare a morte le signore, aveva qualcosa in testa. Ha detto che i fantasmi di cui parlava eravamo noi, qualora non avessimo fatto una certa cosa».
«Cosa? Che dovremmo fare?!».
«Questo non l'ha detto».
«Vedete? Voleva compromettervi. Ho fatto bene
a non venire».
«Di questi tempi, signor Meir, non voler compromettersi può voler dire compromettersi in modo più grave».
«Ah! Non voglio pensare a queste cose. Sono un uomo d'affari, mi sono sempre occupato di numeri, tassi, cambi, e fino all'emissione degli assegnati… ».
«Dannati assegnati».
«Zitto! Il loro valore l'anno scorso era già sceso al cinquanta per cento della moneta in metallo, per questo Dum… mi aveva incaricato di liberarmi degli assegnati che erano in mano sua e stavano diventando carta straccia. Insomma, poi se n'è andato… è emigrato…».
«E ha lasciato voi nelle pesti».
«Chi poteva immaginarlo, ho fatto solo il mio lavoro».
«Tutti noi facevamo solo il nostro lavoro».
«Forse non tutti…».
Dalla strada arrivò un rumore di carrette che si fermavano, si sentì il cigolio del portone che si apriva, e dal cortile arrivò un richiamo. Era Blanche che annunciava il cambio delle lenzuola. Ma al suono della sua voce strascicata di schiava delle colonie il notaio e il banchiere tirarono un sospiro di sollievo, come molti altri nella Casa.

La trama
A Parigi, cinque anni dopo la presa della Bastiglia, una trentina di aristocratici e borghesi benestanti vive in una dimora ormai délabré: la Casa degli Uccelli, circondata da un giardino in cui ci sono delle voliere che ospitano esemplari di specie esotiche, collezionati dal precedente proprietario. Quello raccontato nel romanzo La Casa degli Uccelli di Laura Bosio e Bruno Nacci è un “carcere” del tutto particolare, perché i “prigionieri” non hanno alcuna intenzione di uscire. Infatti, mentre la città è in preda alle più brutali convulsioni postrivoluzionarie, fuori dalla Casa le teste dei reclusi volontari sarebbero subito affidate alla ghigliottina. Dentro, invece, i “prigionieri” si sentono al sicuro, grazie a un accordo con la Sezione rivoluzionaria del Berretto Rosso, che li tiene in ostaggio in cambio di denaro. Ma la vita nelle decadenti stanze della Casa è soltanto un simulacro della vita vera, benché molti cerchino di ricalcarne stancamente le liturgie e di riprodurne i ruoli («Voi siete un notaio…», dice il signor Meir al signor Magny. «Ero un notaio», replica Magny, «come voi eravate un banchiere. Tutti qua dentro siamo stati qualcosa»). Intanto il mondo fuori non si ferma. E la Casa potrebbe non rimanere per sempre un porto sicuro. Pubblichiamo qui alcune pagine del romanzo, in libreria nella seconda metà di maggio per Guanda.

Laura Bosio e Bruno Nacci
La casa degli uccelli
Guanda 2020
350 pagine, 19 euro

Riproduzione riservata ©

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