IN VETTA

E la vita cominciò in salita

Franco Michieli ricostruisce il suo viaggio di maturità da una parte all’altra delle Alpi, un’epica traversata in immersione totale nella natura

di Maria Luisa Colledani

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Franco Michieli ricostruisce il suo viaggio di maturità da una parte all’altra delle Alpi, un’epica traversata in immersione totale nella natura


4' di lettura

Le Alpi come romanzo di formazione, come ascesa verso la lingua segreta delle montagne. È il 1981, Franco Michieli, 19 anni, ha appena concluso l’orale della maturità e osserva il Mar Ligure disteso sulla spiaggia di Ventimiglia. Riflette e sogna un viaggio vagabondo. Rimetterà i piedi in acqua 81 giorni dopo a Duino, all’altro capo d’Italia, dalla scogliera dove Rainer Maria Rilke aveva pianto versi immortali ammirando l’Adriatico. In mezzo la traversata delle Alpi, da ovest a est, zaino in spalla pieno di curiosità, paure, voglia di scoperta.Dopo quasi quarant’anni, quella camminata di oltre 2mila chilometri è diventata L’abbraccio selvatico delle Alpi. «Già durante la traversata - ricorda oggi Michieli - tenevo un diario e arricchivo la memoria. Sapevo poco del mio andare ma ero certo che quell’esperienza mi avrebbe cambiato per sempre: cercavo un contatto diretto con il mondo, un’immersione totale nella natura. Quando rientrai a Milano, l’impatto con la civiltà mi provò nel profondo, mi sembrava che tutto fosse assurdo, senza relazione, mentre avevo trovato un’intima comunione con le cime, e non ero pronto per scrivere».

Ha aspettato quarant’anni Michieli, che intanto è diventato geografo ed esploratore, con una decina di libri alle spalle. Questa nostra epoca, tutta tecnologica, fatta di contatti virtuali e remoti, in fondo è così simile alla sua percezione di allora. Durante la pandemia il solco del virtuale è diventato voragine: ci ha aiutato nell’isolamento ma l’umanità, i sorrisi dove sono? Non viviamo forse solo di quelli? A 19 anni, Franco sente la necessità di una vita fatta natura. Come Giacomo Leopardi anela al «principio più alto», sa che la montagna è infinito per definizione e studia i diari dei grandi esploratori: «Sir William Martin Conway aveva attraversato le Alpi per ritrovare l’approccio sobrio dei pionieri, Walter Bonatti percependo l’arco alpino quasi fosse ancora lo spazio bianco dell’era glaciale, io per cogliere il valore esistenziale di un viaggio alpino a contatto diretto con ogni ambiente, giorno e notte».

Ecco il progetto: camminare e dormire nella natura senza alcuna barriera fra sé e l’immenso, in un’intimità primordiale e archetipica con la montagna. Lo zaino è leggero, anche se, nei mesi precedenti, l’allenamento era stato correre in città con 30 chili di sassi sulle spalle. Solo picozza, abbigliamento estivo e invernale, scarpe da ginnastica e scarponi, sacco a pelo, bussola e cartina. E un sacchetto con i sassolini della spiaggia di Ventimiglia da portare fino alla meta. In tasca né Gps né cellulare. A casa si telefona quelle poche volte in cui si scende a valle e nessuno ne fa una questione esiziale.

Franco parte con Andrea, compagno di banco e primo dei sette amici che si alterneranno al suo fianco. Hanno fiato da mezzofondisti, tutte le domande dei 20enni e la Gran traversata delle Alpi (Gta) davanti. Scalano in tre mesi 25 fra le vette più belle e faticose d’Italia, dal Monviso, al Rocciamelone, dal Gran Paradiso al Bianco, dal Monte Rosa all’Ortles, dalle Cime di Lavaredo al Peralba, fino al Monte Canin, e così ogni lettore troverà orizzonti conosciuti e ascese familiari. La scrittura scorre piana e lascia spazio alla meraviglia perché in vetta ogni giorno è un dio al quale dedicare sguardi gentili nel loro posarsi. I ragazzi cuciono confini e alte vie, si orientano ascoltando la natura, vedendo arrivare la pioggia o scendere la nebbia, che atterrisce ma va compresa: «provai un subitaneo sentimento ignoto, come una sorta di affidamento inevitabile a qualcosa di infinitamente più grande di me, che si era fatto conoscere prendendomi per un istante tra braccia invisibili».

La tecnologia, su cui facciamo conto come àncora di salvezza, in fondo rischia di essere una barriera fra noi e l’immersione totale: «la sicurezza - conferma Michieli - è un concetto ideologico. Quello che ci deve guidare in montagna e nella vita, in generale, è la prudenza, che significa essere in armonia con ciò che ci circonda, conoscerlo così bene da capirlo». Così, i crinali delle vette sono volti noti, leggibili, ci ascoltano, ci osservano, ci consolano, diventando il liquido amniotico in cui trovare pace. Il terreno su cui dormire o gli angoli in cui fare tana per la notte sono, nello scorrere del libro, abbracci che accarezzano e consolano, mentre le poche notti passate in rifugio diventano muro e lontananza.

Michieli, con i suoi compagni, suda, cammina «andando anche oltre il concetto dell’alpinismo by fair means (con mezzi leali): la scarsità di mezzi e l’immersione nella natura erano fortemente motivati anche dal desiderio di una relazione con le montagne suggerita dalla spiritualità corporale di san Francesco». E più avanti scrive che «l’evoluzione ci ha fatti adatti a vivere nel selvaggio, non a venirne schiacciati. La spiritualità nasce come rapporto di fiducia con l’invisibile che anima la natura; una fiducia molto prudente, rispettosa, mai spavalda, ben diversa dall’azzardo mediatico di tanti exploit sportivi. Non è conseguenza della paura: la spiritualità è coraggiosa».

Dopo tanti giorni di silenzi e pensieri, la natura diventa uno sciamano, le Alpi cattedrali della natura, i prati onde verdi e il cielo un fourlard di stelle. Sta al nostro talento far sì che le escursioni emergano dal camminare e non siano scolpite a priori dal Gps, senza mai essere sopraffatti dalla paura, dagli ostacoli perché, André Gide ce lo ricorda, «è bene seguire la propria inclinazione purché sia in salita».

La nostra quotidianità è fretta, il telefono disegna le giornate e non sappiamo più trovare il tempo in un sistema economico che possiede il nostro tempo. Per questo L’abbraccio selvatico delle Alpi è una sana e umanissima via di ascesa: «L’aver vissuto fra eventi e forze molto più grandi di me, che avevano influenzato ma forse anche risolto tante situazioni incerte, non mi inorgogliva; intuivo che la più grande bellezza del viaggio era dipesa dal trovarmi in relazione con un divenire misterioso, che mi aveva accolto in un abbraccio invisibile e selvatico quasi conducendomi attraverso le montagne». Dimostrando che non si deve aver paura di sognare, e sognare l’immensità. Abbiamo bisogno di prati verdi per respirare, di orizzonti per camminare e sentirci vivi, in una boccata di felicità.

L’abbraccio selvatico delle Alpi, Franco Michieli. Ponte alle Grazie, Milano, pagg. 320, € 18

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