food made in italy

Eataly flirta con Alibaba per andare alla conquista della Cina

di Simone Filippetti


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Il presidente esecutivo di Eataly, Andrea Guerra e l'ad Francesco Farinetti (Ansa)

4' di lettura

Uno è il colosso cinese dell’ecommerce, e anche la più grande banca on line del mondo. L’altro è una boutique del cibo di qualità. Eppure, Alibaba e Eataly, per quanto distanti concettualmente e geograficamente, si stanno parlando: il «mercato» italiano (la definizione di “supermercato di lusso” in casa Farinetti la rifiutano) vuole sbarcare in Cina, per farne il terzo mercato (i primi due sono Italia e Stati Uniti) mentre Alibaba ha bisogno di nuove strade. Il debutto di Amazon nei supermercati, con l’acquisto di Whole Foods, ha fatto cadere la barriera tra mondo del tech e quello, tradizionalissimo, della spesa e del cibo. Nomi non ne fanno in Eataly, ma lasciano intendere che colloqui con Alibaba ci sono: non è il solo. Per entrare nel più grande paese al mondo, il marchio italiano conta di trovare un partner entro l’anno: si sta selezionando una serie di investitori-soci (che potrebbero magari anche entrare come azionisti nell’ambito della quotazione ).

Il supermanager Andrea Guerra, dal palco della sala eventi di Eataly Smeraldo a Milano, snocciola i numeri del 2017: i ricavi sfiorano quota mezzo miliardo(465 milioni di euro, con una crescita del 20%) e l’azienda chiude in sostanziale pareggio (c’è un utile di un milione). È la prima volta che il negozio di alimentari più famoso al mondo (257 locali, dove entrano 32 milioni di persone l’anno, di cui 30mila si siedono a mangiare) stila un bilancio consolidato: un altro passo verso l’atteso sbarco a Piazza Affari.

La formula “spesa+ristorante” tutta targata Italia e con prodotti di filiera e artigianali ha una capacità di attrazione enorme all’estero, dove infatti le aperture fioccano. Dopo il boom di Los Angeles, altre 5 sono previste in futuro: Toronto, Parigi, Las Vegas,negli Emirati, il raddoppio in Brasile e il debutto a Londra nel 2020. Eataly sembra un format fatto apposta per l’export, anche perché l’Italia,dove di Eataly, intesa come «mercato rionale esperenziale» (copyright del presidente Francesco Farinetti), ce ne sono a centinaia, soprattutto al Sud (dove infatti la presenza è limitata a Bari): «Non si può essere credibili all’estero se non si è forti in casa» chiosa Guerra. Come dire: non possiamo vivere di sola presenza estera. Ma sta di fatto che per il gruppo l’Italia cresce meno degli Usa (+8% il fatturato, che è comunque tanto in un paese col Pil fermo all’1 virgola, contro il +25%); e che lo stesso Guerra vuole fare di Eataly un ambasciatore dell’Italia del cibo nel mondo: «Vogliamo che ci sia un Eataly in ogni capitale estera. L’Italia, invece, si ferma a Verona: sarà l’ultimo negozio che aprirà in Italia, dove nel 2016 c’era stato un passo falso, con i ricavi in calo per l’effetto una tantum di Expo; e il bilancio aveva accusato anche un rosso di 21 milioni. L’Italia, in ogni caso, è destinata a diventare marginale: oggi il paese pesa per metà del fatturato, ma per l’effetto delle zero aperture e della minore crescita del paese, la quota percentuale giocoforza scenderà attorno al 20% ipotizza l’ex manager Luxottica .

Oscar Farinetti, il fondatore, è seduto in ultima fila e ascolta senza parlare: lui vorrebbe portare Eataly in Borsa a un valore tra 1,5-2 miliardi e vendere le azioni a tutti gli italiani. Per ora Guerra si limita a ribadire la quotazione per il 2019 e a Milano: altri dettagli non ci sono. Al progetto lavora la banca d’affari Tip di Giovanni Tamburi che 4 anni fa è entrata, col 20%, nel capitale di Eatinvest (la cassaforte della famiglia Farinetti al 60% più Luca Baffigo e lo stesso Guerra) e spera di bissare il successo di Moncler . A chi fa notare che a questi valori, Eataly andrebbe in Borsa a 50 volte il mol, multiplo che nemmeno i big mondiali del lusso hanno, Guerra ricorda di non aver mai avallato nessuna proiezione e che il gruppo crescerà del 17% all’anno, e che nel 2020 Eataly sfoggerà 700 milioni di ricavi, una redditività al 9% e praticamente zero debiti (40-45 milioni, meno di una volta il Mol): sarà il mercato a fare il prezzo.

Prima di Piazza Affari, però, c’è ancora lavoro da fare: comprare le minoranze di Eataly in giro per il mondo (in cima alla lista quella di Eataly US, dove Farinetti è socio della star Joe Bastianich e anche dell’ex chef di Barack Obama Mario Batali). C’è, poi, da sistemare FiCo, l’ambizioso parco tematico del cibo che incontra qualche difficoltà. «È un progetto sperimentale e unico - spiega Guerra - che non sarà replicato per ora che sta andando come va qualsiasi start-up; è normale dover rivedere delle cose». A Stoccolma Eataly ha aperto 3 mesi fa e ha portato, per la prima volta, 2mila prodotti italiani in Svezia. Non male come rivincita su Ikea che ha “colonizzato” l’Italia con le sue polpettine svedesi (che in realtà sono turche).

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