TESTIMONIANZE

Ebrei e cattolici, legami al di là dei pregiudizi

di Nunzio Galantino


default onloading pic
(Agf)

4' di lettura

Arte condivisa e memoria purificata mostrano sempre di più lo straordinario potere che hanno di trasformarsi in ponti capaci di far transitare atteggiamenti inediti e positivi, indispensabili per avviare il superamento di sedimentate riserve e di pregiudizi inveterati. Con tutto il rispetto dovuto alla storia e ai suoi tornanti. Soprattutto a quelli più dolorosi. È uno dei tratti dell’esperienza fatta incontrando membri della Comunità ebraica di Roma e visitando, con loro e con amici cattolici, la mostra su “La Menorà. Culto, storia e mito”.

I luoghi di allestimento, i soggetti proponenti – Museo Ebraico di Roma e Musei Vaticani – e gli stessi lunghi tempi vissuti insieme per preparare l’evento hanno contribuito a ribadire, non solo la possibilità, ma anche la fecondità dell’incontro tra realtà/comunità religiose e culturali per troppo tempo, a dir poco, lontane tra loro. Non è questo il luogo per disanime teologiche e/o storico-culturali non sempre e non del tutto ancora chiarite, ma certamente positivamente avviate. È proprio vero quello che va dicendo papa Francesco – accolto per altro in maniera fraterna e calorosa dalla Comunità ebraica – circa la necessità del dialogo e dell’incontro. Perché diventino faticosa realtà è sempre più necessario percorrere strade nuove. Con coraggio e senza farsi intimorire da nostalgie divisioniste e da sospetti ingiustificati, sempre pronti a disseminare di trappole la difficile strada, appunto, dell’incontro e del dialogo.

Alcuni passaggi di alto pregio artistico e di intensa partecipazione documentati nelle varie sezioni della mostra hanno confermato, attraverso manufatti di grande valore evocativo, la fallace convinzione, perpetratasi per secoli, che la comunità ebraica e quella cattolica potessero vivere separate. Anzi alimentando progetti di reciproca diffidenza e negazione. La teologia, o meglio alcune parti di essa hanno preferito alimentare la contrapposizione e la delegittimazione reciproche piuttosto che favorire la continuità e comunque il riconoscimento della comune radice tra l’esperienza di Israele e quella cui ha dato inizio e senso Gesù di Nazaret. Quanto drammatiche siano state e, per certi versi, continuino a essere le conseguenze di questo atteggiamento è sotto gli occhi di chiunque sia disposto a guardare la storia con occhi e cuore liberi. Non voglio ripetere qui i passi fatti nel secolo scorso in questo senso. Spesso, è vero, si è trattato di passi contraddittori: non sempre e non tutti orientati nella direzione di un reciproco e rispettoso riconoscimento. Tutti però hanno provvidenzialmente preparato quanto affermato in maniera inequivocabile e convinta durante la solenne assise del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il rapporto della Chiesa cattolica con l’Ebraismo, afferma il Concilio, non solo è qualitativamente unico e irrinunciabile, ma costituisce elemento portante per la vita e la teologia stesse della Chiesa. Come a dire che la Chiesa non può pensarsi al di fuori delle radici ebraiche. Non può pensarsi senza la fede, la cultura e le tradizioni dell’Ebraismo. L’importante documento conciliare Nostra Aetate, a proposito del rapporto con l’Ebraismo e con le altre religioni, ricorre a un’espressione che – lo riconosco – non fa parte del linguaggio ordinario. Parla di «mistero divino della salvezza», con la chiara volontà di ricordarci che il disegno del Signore sull’umanità e sui rapporti degli uomini tra loro, passa attraverso la storia, i rapporti e le relazioni di amicizia, di collaborazione e di fraternità. Certo, nessuno si illude che tutto ciò assomigli a un soave duetto o sia stato vissuto sempre così. La realizzazione del «mistero della salvezza», che è la storia nella quale tutti siamo inseriti, ha conosciuto (mi limito a ricordare la Shoa) e continua a conoscere (ricordo le persecuzioni tutt’ora in atto nei confronti dei Cristiani, e non solo) sofferenze, contraddizioni e controtestimonianze insopportabili e ingiustificabili. Peggio quando sono state e vengono ancora perpetrate in nome di Dio.

Le tante testimonianze raccolte ed esposte nella mostra istallata tra le sale del Museo ebraico e il “Braccio di Carlo Magno” in Vaticano permettono l’incontro con testi sacri, espressioni e arredi liturgici, testimonianze oranti, elementi dell’arte figurativa, della letteratura e della musica che confermano intreccio di storie e incontro di aspirazioni. Esse confermano la natura dell’irrinunciabile rapporto della Chiesa con la vita e la storia del popolo dell’Alleanza. Un’Alleanza offerta agli uomini di tutti tempi. Se solo – nel travaglio che sta vivendo questo tornante della storia – potesse trovare ancora spazio la visione di Isaia e l’invito a spendersi per la sua realizzazione! «Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti, e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti» (Isaia 2,2-5). Tutte le genti! L’Alleanza promessa cioè non ha destinatari esclusivi. Sapersi incamminati, insieme e da parte di tutti, verso la realizzazione del «mistero divino della salvezza» penso possa far bene in un momento in cui facciamo tutti fatica a riconoscerci in un progetto comune. Col rischio di favorire, come sta avvenendo, il proliferare di leader e leaderini, di guru e visionari senza scrupoli.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...