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Ebrei vittime dell’odio razziale, riconosciuti i contributi per il lavoro perso

Nel giorno della memoria Palazzo Spada accoglie il ricorso della figlia di una fioraia ebrea alla quale era stato impedito di lavorare con un Circolare del ’38: un atto che rispecchiava la visione del regime fascista

di Patrizia Maciocchi

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Nel giorno della memoria Palazzo Spada accoglie il ricorso della figlia di una fioraia ebrea alla quale era stato impedito di lavorare con un Circolare del ’38: un atto che rispecchiava la visione del regime fascista


3' di lettura

Vanno riconosciuti i contributi figurativi alla fioraia ebrea costretta a lasciare l’attività a causa delle leggi razziali adottate dal regime fascista. Il Consiglio di Stato (sentenza 811) nel giorno della memoria, accoglie il ricorso della figlia erede della donna alla quale è stato riconosciuto lo status di vittima di persecuzione razziale. Una condizione che il Tar aveva escluso, allineandosi alle conclusioni raggiunte dalla Commissione per le provvidenze in favore dei perseguitati nel ventennio, istituita presso la Presidenza del Consiglio. La madre della ricorrente aveva prima chiuso la sua attività e, nel '43, si era rifugiata, con la figlia di un anno, dai parenti del marito di religione non ebraica.

Il no della Commissione e del Tar

Per la Commissione la decisione di chiudere il banco di fiori era frutto di una libera scelta dovuta alla partenza del coniuge per la guerra, anche nella fuga a casa dei parenti mancavano gli estremi dell’atto persecutorio, visto che la donna era stata accolta non da estranei ma da un nucleo familiare. Per il Consiglio di Stato sono conclusioni errate giuridicamente oltre che ingiustificabili. La norma che riconosce i benefici ai cittadini italiani, vittime di persecuzioni razziali fino al 25 aprile 1945 (legge 96/1955, articolo 5, modificato dall'articolo 2 della legge 392/1980) subordina le tutele ad una serie di condizioni: dalla cittadinanza italiana del richiedente, alle norme di legge o circolari provenienti da autorità statali dalle quali è derivato il vulnus, dall’odio razziale, all’atto persecutorio. Per Palazzo Spada i presupposti ci sono tutti.

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Il divieto di lavorare

L’impossibilità di proseguire l’attività di fioraia era il risultato delle leggi antiebraiche promulgate tra il ’38 e il ’43 che vietavano lo svolgimento di una serie di professioni, lavori e attività. Nello specifico una circolare del ministero delle Corporazioni (23774 del '38) negava la licenza ai cittadini di razza ebraica, e dunque il loro rinnovo «circolari – scrive il Consiglio di Stato - che rispecchiavano pienamente la visione del regime fascista ed erano emanate sulla base di considerazioni discriminatorie e basate sull'odio razziale, che avevano costituito la comune “base giuridica” per la promulgazione anche della legislazione antiebraica sulle professioni del commercio».

Con una nota il dicastero spiegava che l’ariano sposato con un’ebrea poteva conservare la licenza solo se intestatario esclusivo. Questo sulla base di due “principi”: l’ariano poteva lavorare perché si dava per scontata la posizione di soggezione della moglie al marito, tale da escludere interferenze con la sua attività. A riprova della lettura del Consiglio di Stato c'è il fatto che non esisteva una previsione inversa per la moglie ariana intestataria esclusiva. Nel caso esaminato la licenza era cointestata e la partenza del coniuge per il fronte non solo non era il motivo dell'abbandono del chiosco, semmai aveva accentuato la condizione di miseria e di abbandono sofferta dalla donna, tagliata fuori, in quanto ebrea, dalla possibilità di svolgere un lavoro di cui aveva ancora più bisogno.

La nozione di violenza

Anche il rifugio dai parenti va letto come una conseguenza della violenza subìta. Era l'unica via di salvezza anche per la figlia di un anno e non una comoda soluzione di vita. Quanto alle violenze, Palazzo Spada condivide l'impostazione della sentenza delle Sezioni riunite della Corte dei Conti (9/QM/1998) queste vanno individuate in tutti gli atti che abbiano concretamente determinato la lesione del diritto alla persona in uno dei valori protetti dalla Carta. E non c'è dubbio che accanto alla violenza fisica ci sia quella morale. Ma la sola violenza non basta se gli atti non sono determinati da una persecuzione fondata sulla razza. Nel caso esaminato non si fa riferimento – spiegano i giudici – se non nei limiti della stretta compatibilità al concetto di violenza rilevante nel diritto civile o penale, visto il diverso scopo perseguito dal legislatore e i fatti storici accaduti. La legge 96/55 elenca una serie di fattispecie di violenza che vanno dalla detenzione in carcere al confino, ma contiene anche una norma di chiusura e di salvaguardia, in virtù della quale è rilevante anche la coartazione.

Il valore della testimonianza

Per il Consiglio di Stato sono rilevanti, oltre alle carte che provano le leggi razziali, anche due testimonianze non considerate dal Tar e dalla Commissione: una perché proveniente da una donna nata nel '40 e dunque non attendibile sui fatti dell'epoca e una di una signora del '25 che allora era sfollata nelle campagne romane. Il Consiglio di Stato ricorda però che quanto riferito, e confluito in un atto notorio, può certamente essere il risultato di racconti di familiari. Testimonianze che hanno il valore della memoria.

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