nuovi stili: non solo vegan

Ecco il cibo del futuro: per 9 su 10 resistono le eccellenze del made in Italy

di Andrea Gagliardi

3' di lettura

Si diffondono nuovi stili alimentari come quello “vegan”, ma per 9 italiani su 10 a tavola continueranno a trionfare le eccellenze made in Italy e nel mondo 1 consumatore su 10 mangerà Italian food. Sono alcune delle conclusioni dell’analisi sul cibo del futuro, stili, tendenze e export presentati nel corso dei lavori dell’assemblea della cooperazione agroalimentare e pesca di Confcooperative, che ha eletto Giorgio Mercuri presidente e Paolo Tiozzo vicepresidente.

Per 9 italiani su 10, anche nel 2050, prevarranno le eccellenze made in Italy Entro il 2025 lo shopping online crescerà di 5 volte, rappresenterà il 20% del mercato totale e avrà un giro di affari di 100 miliardi di dollari. Sembrerebbe scontato il tramonto dei negozi tradizionali e invece i giganti dell'e-commerce avranno bisogno di show room e punti vendita nelle città. «Insetti, vegan e cibi stampati in 3d arriveranno sulle nostre tavole- dichiarano Mercuri e Tiozzo - ma saranno sirene poco seduttive per i nostri gusti, infatti secondo 9 italiani su 10 anche nel 2050 continueranno a trionfare le eccellenze del made in Italy, mentre nel mondo 1 consumatore su 10 mangerà made in Italy».

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Insomma tagliere di formaggi e salumi, pesce e carne, pizza pasta e pane, latte e ortofrutta saranno sempre in cima alle preferenze dei palati senza essere scavalcati dalle innovazioni gastro- etniche. «Per 4 italiani su 5 la tracciabilità e la sicurezza alimentare sono must irrinunciabili nella scelta di cosa e dove acquistare.

Innovazione spingerà 15 miliardi export in 3 anni
«Sulla via dell'export e dell'internazionalizzazione dobbiamo fare più sistema. Qualcosa si è mosso rispetto agli scorsi anni - proseguono Mercuri e Tiozzo - ma dobbiamo accompagnare le imprese sia investendo su comunicazione all'estero, sia riuscendo a essere più presenti sugli scaffali della Gdo internazionale. Il mondo ha fame di made in Italy e noi possiamo provare a recuperare spazio dalla fetta di mercato rubata dall’“Italian Sounding” (il febomeno consiste nell'attribuire ad un prodotto un marchio il cui “suono” evochi un'origine italiana, ingannando il consumatore, ndr) che crea danni al nostro agroalimentare per oltre 75 miliardi di euro. Spazio che deve essere intercettato dall'agroalimentare italiano». Nei prossimi 3 anni l'innovazione spingerà l'export agroalimentare di 15 miliardi di euro.

Le aggregazioni spingono occupazione ed export
Le aggregazioni nel settore agroalimentare hanno determinato una crescita dell’occupazione del +3,7% passando dai 65.355 addetti nel 2007 ai 67.800 del 2017. Importante anche l'aumento del +13,8% del fatturato, passando dai 25,035 miliardi di euro del 2007 ai 28,5 miliardi di euro del 2017. «Le aggregazioni spingono occupazione ed export.Nessuno ne ha fatte più dell'agroalimentare. Ma non basta - concludono Mercuri e Tiozzo - Occorre insistere per gareggiare ad armi pari con le imprese straniere. Tra le 20 cooperative agroalimentari più grandi d'Europa non ne troviamo nessuna italiana, ma quando proviamo a fare operazioni più ambiziose ci stoppa qualche autorità: il paradosso di essere grandi per il Paese, ma piccoli nel confronto con i competitor stranieri».

Respinta al mittente, infine l’accusa che l'agroalimentare sprechi risorse, a partire dall'utilizzo dell'acqua nei campi. «Nessuno ha investito più dell'agroalimentare nella sostenibilità ambientale. Basti pensare che 7 cooperative agroalimentari su 10 sono impegnate in progetti di sostenibilità ambientale: 1 su 2 investe in risparmio d'acqua tra microirrigazione droni, sensori ed energia elettrica; 1 su 3 è indirizzata verso il riutilizzo dei materiali (biomasse e scarti industriali); 1 su 3 in tecnologie rispettose dell'ambiente. Anche per i prodotti ittici la parola d'ordine è sostenibilità». Lo spreco degli acquedotti italiani invece «ammonta a 2,8 milioni di metri cubi al giorno. In un anno, in media, perdono il 40% della portata d'acqua con punte del 77% in alcuni capoluoghi del centro sud. Questo la dice lunga - è la conclusione - su chi davvero sprechi risorse vitali nel nostro Paese a danno degli utenti: famiglie e imprese».

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