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Ecco le città in cui si ruba di più nei negozi: Milano è al top per numero di denunce

di Michela Finizio


Legittima difesa, difendersi non è reato: giro di vite su scippi, furti e rapine

4' di lettura

Scarti, prodotti danneggiati e merce rubata si traducono in perdite per 49 miliardi di euro l’anno per i retailers europei, pari al 2,05% del fatturato annuale. Un conto che per l’Italia arriva a 3,3 miliardi, cui vanno aggiunti 1,5 miliardi di spesa per adottare contromisure di sicurezza nei negozi. A sottolinearlo è il rapporto «Retail Security in Europe. Going beyond Shrinkage», condotto da Crime&tech (spin-off del centro Transcrime dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), che ha raccolto i feedback di circa 23mila esercizi commerciali in 11 Paesi, Italia compresa.

La fotografia delle differenze inventariali – che analizza i dati di circa 3.500 punti vendita, le statistiche degli uffici giudiziari nazionali e 1.600 notizie di reati (furti e rapine) registrati nel commercio a livello europeo nel periodo 2015-2017 – fa riflettere sull’entità del fenomeno e sulla necessità di adottare sistemi di controllo per arginarlo. Le cifre complessive, che tengono conto sia delle perdite sia delle relative spese in sicurezza, per il nostro Paese toccano i 4,8 miliardi di costo annuo e incidono per l’1,2% sul fatturato delle aziende italiane.

Tra i settori più colpiti c’è l’alimentare, dove le differenze inventariali si aggirano sul 2% del fatturato (2,4% in Italia), e l’abbigliamento con l’1,4 per cento. Quelli che registrano i tassi più bassi sono, invece, elettronica (0,4%), bellezza e cosmesi (0,5%) e articoli sportivi (0,7%). Questi valori tengono conto dei furti esterni e interni, ma anche di eventuali errori amministrativi, uso non conforme, scarti, merci scadute e merci e prodotti freschi danneggiati.

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Lo studio, svolto con il supporto di Checkpoint Systems (leader globale nella fornitura di soluzioni from source to shopper per il settore retail), rivela anche quali sono i prodotti più rubati: nell’alimentare, i primi cinque sono bevande alcoliche (liquori e champagne), formaggi, carne, dolci e pesce in scatola; nell’abbigliamento (soprattutto sportivo) sono accessori, maglieria, pantaloni e camicette; telefoni cellulari e auricolari sono in cima alla lista nel settore dell’elettronica.

Nessuna città del Sud fra le prime per denunce
In Italia i valori delle differenze inventariali più elevati (dati 2017) si registrano nei punti vendita situati nelle province di Genova, Milano, Imperia, Bologna e Napoli. I periodi in cui si riscontrano i maggiori “scostamenti” sono quelli legati al rilascio di nuove collezioni o prodotti, le festività (specialmente il periodo natalizio) e i fine settimana.

Secondo i retailer italiani, il taccheggio è la causa più frequente delle differenze inventariali sul territorio nazionale, seguito dai furti (inclusi quelli commessi dai dipendenti), dai furti con scasso e dalle rapine. Queste ultime, per il 52,8% dei casi si sono svolte tramite minacce, ma senza il ricorso di alcun tipo di arma; per il 22,2% con armi bianche (tipicamente coltelli) e per il resto con armi da fuoco e con episodi marginali di violenza fisica.

Il taccheggio viene considerato ovunque un fenomeno in aumento, anche se il trend nazionale dei furti negli esercizi commerciali risulta in calo: come confermato dall’Indice della criminalità 2018 del Sole 24 ore pubblicato lo scorso novembre, in Italia si registrano 148,6 denunce ogni 100mila abitanti, il 6% in meno su base annua. Oltre al grab and run, i metodi più utilizzati sono la rottura di etichette/placche antitaccheggio e l’uso di borse schermate. Gli esercenti italiani sottolineano anche il ruolo svolto dalle micro-bande, composte da 3-4 persone, spesso specializzate e ben attrezzate, con strumenti per staccare le etichette antitaccheggio, jammer (cioè disturbatori di frequenze) e magazzini dove conservare la merce rubata.

Sono in forte aumento anche forme fraudolente interne più sofisticate, come falsi vuoti, resi fittizi, e frodi legate alle carte fedeltà. Il cassiere truffatore, ad esempio, può caricare sulla propria carta i punti ottenuti dai clienti sprovvisti della tessera oppure può creare un falso reso merce per appropriarsi del denaro oppure sovrastimare il valore di un reso e ottenere in profitto dalla differenza di prezzo. In altri casi il personale di vendita manipola i dati relativi alle vendite al fine di raggiungere i target e ottenere bonus oppure modificare il prezzo impostato della merce nei sistemi informatici dell'azienda, applicando uno sconto per sé.

«Lo studio analizza anche le politiche e le tecnologie adottate dai retailer per arginare questo fenomeno. I metodi adottati dai taccheggiatori sono utili per scegliere le contromisure e le soluzioni necessarie, da adottare per aumentare la sicurezza nei negozi», afferma il professor Ernesto Savona, direttore di Crime&tech. Oltre il 75% dei retailer effettua controlli d’inventario fino a due volte l’anno. Il 72% utilizza codici a barre e il 7,5% ancora registra a mano gli inventari. Sebbene si sia registrato un aumento notevole nell’adozione delle tecnologie Rfid (identificazione a radiofrequenza), l’utilizzo è ancora limitato (5,7%) nonostante i comprovati benefici. L’80% degli intervistati utilizza sistemi di videosorveglianza, il 70% tecnologie Eas (tag o etichette elettroniche) e sistemi di allarme gestiti da terzi.

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