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«Ecco come abbiamo arrestato  Matteo Messina Denaro»

La ricostruzione delle indagini che hanno portato al fermo del latitante. Il comandante dei carabinieri Luzi: «Seguito metodo Dalla Chiesa»

di Nino Amadore

Arresto Matteo Messina Denaro, Carabinieri: "Risultato storico dovuto al lavoro di tanti"

4' di lettura

«Amo stare solo, ma piace vivere, mi piacciono le cose belle». Poche parole scambiate con il personale della clinica La Maddalena dove è stato arrestato. A parlare, per i sanitari era Andrea Bonafede, di professione geometra, e invece quell’uomo che sembrava così tranquillo era lui: Matteo Messina Denaro, il latitante più ricercato d’Italia, cruento e crudele boss della mafia siciliana. Era in clinica per la chemioterapia e dalla cartella clinica si è scoperto che il boss arrestato dai carabinieri del Ros dopo trent’anni di latitanza, è affetto da un «Adenocarcinomia mucinoso del colon», cioè una forma tumorale aggressiva che attacca il colon. La cartella clinica porta la firma del dottor Michele Spicola, patologo dirigente dell’Azienda sanitaria provinciale di Trapani, presso l’Ospedale Vittorio Emanuele Secondo di Castelvetrano (Trapani), sua città natale.

Una diagnosi che risale al 24 novembre del 2020, in piena pandemia, quando il medico, come si legge nella cartella in possesso dell’Adnkronos, scrive il referto istologico per Messina Denaro, alias Andrea Bonafede, il nome con cui il boss era in cura. La data di accettazione è il 17 novembre del 2020 e la data del prelievo il 13 novembre del 2020. Il tumore di cui è affetto Messina Denaro è aggressivo «ulcerato, con pattern di crescita di tipo infiltrativo». «La neoplasia – si legge -infiltra la parete delle viscere a tutto spessore, interessando anche la sottosierosa e focalmente la sierosa». Il boss sembra condannato e nel 2021, secondo altre fonti, viene operato in clinica dove subisce la resezione di alcune metastasi al fegato nel 2021.

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La carta di identità del superlatitante

Il nome è sempre quello: Andrea Bonafede, giusto il cognome di una delle famiglie più importanti della mafia trapanese. Ed è su quell’uomo, su quel nome, che era puntata negli ultimi tempi l’attenzione del Ros dei carabinieri che vi sarebbero arrivati con una indagine tradizionale coordinata dalla Procura di Palermo, da pochi mesi guidata da Maurizio de Lucia.

E infatti i carabinieri del Ros e gli uomini del Gis si sono presentati questa mattina lunedì 16 gennaio poco prima delle otto alla clinica Maddalena di Palermo in attesa che arrivasse un paziente oncologico di nome «Andrea Bonafede». L’uomo che usava quel nome e cognome, occhiali scuri e cappellino bianco di lana, si è presentato puntuale per fare il tampone prima di eseguire la seduta di chemioterapia. Resta da comprendere di quali coperture il boss ha goduto, anche per curarsi. Il procuratore De Lucia, in conferenza stampa, è stato chiaro sul conto della clinica: «Non abbiamo indicazioni o elementi che possano pensare ad eventuali complicità all’interno della clinica Maddalena, anche perché Messina Denaro si presentava con una identità diversa».

Ma come sono arrivati gli investigatori a quell’uomo che in realtà era Matteo Messina Denaro? Da circa tre mesi gli inquirenti hanno capito che il boss potesse usare quello pseudonimo per curarsi. Dalle intercettazioni di amici e parenti gli inquirenti hanno avuto la conferma che Messina Denaro era gravemente ammalato, tanto da avere subito due interventi importanti. A quel punto, sono iniziate le indagini sui pazienti oncologici con un’età compatibile con quella di Messina Denaro.

E tra i nomi sospettati c’era proprio quello di Messina Denaro, alias Andrea Bonafede, nipote di un fedelissimo originario di Campobello di Mazara. Ed ecco che gli inquirenti trovano l’’inghippo’. Il giorno dell’intervento quel Bonafede non era in clinica. Ecco la conferma che a usare il suo nome era un’altra persona. Forse Messina Denaro? Da qui partono le indagini ancora più serrate. Quando gli investigatori del Ros e del Gis hanno saputo che Bonafede si sarebbe dovuto presentare oggi per la chemioterapia si sono presentati alla Maddalena. Lo hanno atteso e quando è arrivato, dopo il tampone, lo hanno fermato. Prima ha tentato di allontanarsi ma la fuga è durata pochi minuti. “Scusi, lei è Matteo Messina Denaro?”, gli chiedono. E lui risponde: «Sono io Matteo Messina Denaro». Finisce così, 30 anni dopo la sua fuga, la latitanza della primula rossa. Per quanto riguarda le condizioni del boss, il procuratore aggiunto Paolo Guido ha spiegato che Matteo Messina Denaro «Non era distrutto e in bassa fortuna ma un uomo in buona salute. Era vestito con abiti di lusso e ciò ci fa pensare che non è in difficoltà economica. Certo la vicenda sanitaria – ha detto – ci ha aiutato». Per capire quale fosse la condizione economica del boss basti pensare che «indossava un orologio del valore di 30 mila euro».

«Matteo Messina Denaro è stato catturato grazie al metodo Dalla Chiesa, cioè la raccolta di tantissimi dati informativi dei tanti reparti dei carabinieri, sulla strada, attraverso intercettazioni telefoniche, banche dati dello Stato, delle regioni amministrative per portare all’arresto di questa mattina» dice il comandante dei carabinieri Teo Luzi, arrivato a Palermo.

«Una grande soddisfazione perché è un risultato straordinario - aggiunge Luzi -. Messina Denaro era un personaggio di primissimo piano operativo, ma anche da un punto di vista simbolico perché è stato uno dei grandi protagonisti dell’attacco allo Stato con le stragi. Risultato reso possibile dalla determinazione e dal metodo utilizzato. Determinazione perché per 30 anni abbiamo voluto arrivare alla sua cattura soprattutto in questi ultimi anni con un grandissimo impiego di personale e di ricorse strumentali». «Un risultato - conclude Luzi - grazie al lavoro fatto anche dalle altre forze di polizia particolare dalla polizia di Stato. La lotta a cosa nostra prosegue. Il cerchio non si chiude. E’ un risultato che dà coraggio che ci dà nuovi stimoli ad andare avanti e ci dà metodo di lavoro per il futuro, la lotta alla criminalità organizzata è uno dei temi fondamentali di tutti gli stati».

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